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venerdì 12 aprile 2013

Brothers (Yu Hua)

Rieccomi dopo ben un anno!
Mi scuso per l'assenza, ma non ho il dono dell'ubiquità, che mi permette di essere in luoghi diversi e fare più cose contemporaneamente. Prometto, però, di aggiornare, da oggi in poi, questo blog, in modo più puntuale, iniziando dalla recensione di questo ottimo libro di Yu Hua, intitolato BROTHERS.
 
Da tempo volevo recensire questo libro, ma la poderosità, l'articolazione che lo caratterizza e certi episodi contenuti, uniti alla mia cronica mancanza di tempo, mi hanno sempre trattenuta dal farlo… nonostante il comico-grottesco che predomina in questo romanzo...

È difficile parlarne, soprattutto dopo aver visto certe atrocità...

BROTHERS di YU HUA

Il romanzo inizia con una triste riflessione del protagonista già adulto maturo - che non riporterò per non rovinare la sorpresa -, quindi procede da quando è iniziata la sua fama, Ma anche la sua fortuna, partita da un evento piuttosto imbarazzante, ma occasionale, non da habituè: spiare il didietro delle donne ai bagni pubblici...

Li Testapelata ha 14 anni, l'aria da brigante e una bella pelata in testa, che sua madre, vedova, gli fa sempre fare per risparmiare e non portarlo dal barbiere, ogni mese, per accorciargli i capelli: la soluzione più pratica e duratura a Li Lan (la madre) è sembrata essere solo questa: radere completamente i capelli al figlio per prolungare l'attesa di tornare dal barbiere e spendere meno soldi. Da allora, Li Guang sarà per tutti Li Testapelata.

Il famoso giorno dei bagni pubblici, Li Testapelata era lì solo per coincidenza. Non era sua abitudine spiare i deretani delle donne, però chissà perché, quel giorno, gli era presa la smania di farlo e si era arrampicato, tenendosi con i piedi in su, alla parete per avere la faccia giusto in direzione dei sederi che espletavano i loro bisogni. Ed era stato in quel momento che aveva visto cinque varietà diverse: "un sederino, un culone, due culi secchi e un culetto né grosso né piccolo (…) a lui piacque quello né grosso né piccolo. Ce l'aveva proprio dritto davanti agli occhi, era il più tondo e sodo dei cinque, tondo come la luna piena, e appena più su si vedeva spuntare il coccige, messo in evidenza dalla pelle ben tesa" (pag. 9). Ma, proprio quando stava per spingersi oltre e godere dello spettacolo gratuito, ecco che, giusto in quel momento, era entrato di corsa un ventenne di nome Zhao Shengli, il quale "vedendo uno con la testa e il busto infilati nella latrina, capì in quattro e quattr'otto di che cosa si trattava. Agguantò Li Testapelata per la maglietta, da dietro, e lo tirò su come se stesse cavando una rapa dalla terra" (ibidem).

 
Pur esposto al ludibrio della pettegola cittadina nativa, Liuzhen, Li Testapelata seppe volger in fortuna quell'apparente malasorte, nonostante dovesse sopportare il detto, in bocca a tutti: “tale padre, tale figlio”. Sì, perché il padre di Li Testapelata, era invece un habituè dei bagni pubblici, ed era morto proprio quando stava osservando le donne che espletavano i loro bisogni. Un tipo grande e grosso, vedendo spuntare dei piedi, al posto della testa, da dietro il paravento, aveva urlato spaventato, terrorizzando il padre di Li Testapelata, che aveva mollato la presa, tenuta faticosamente con le mani, ed era scivolato nel profondo canale di scolo, dove tutti i liquami lo avevano soffocato entro breve tempo, per non parlare del modo in cui si era lordato. A tirare fuori il corpo da quell'obbrobrio puzzolente era stato proprio il tizio che aveva urlato, un insegnante di educazione fisica delle medie, il quale, anni dopo, diverrà il secondo marito di Li Lan, la madre di Li Testapelata.

Allora, Li Testapelata non era ancora nato, ma a 14 anni, cioè quando ripeté la bravata di suo padre, alla gente di Liuzhen parve scontato etichettare il ragazzo col detto “tale padre, tale figlio”, umiliando ancor più il già provatissimo spirito della povera madre.

Sarà, invece, proprio grazie a questo episodio, che Li Testapelata imparerà, in modo più deciso, a volgere il caso dalla proprio parte.

Sì, perché uno dei sederi visti in occasione di questo episodio apparteneva alla ragazza più bella di Liuzhen, cioè la diciassettenne Lin Hong, ambita da tutti i cittadini di sesso maschile, che avrebbero dato chissà che per essere al posto di Li Testapelata!

E, proprio grazie a questa opportunità, il precoce quattordicenne, inizialmente ingiuriato e rimproverato, diverrà chi detterà le condizioni a suo favore: tutti gli uomini, vecchi o giovani che fossero, volevano sapere com'era il deretano della bella tra le belle e cos'altro ancora avesse visto quel moccioso bastardo di Li Testapelata!

Per saperlo però non c'era altro modo che pagargli da mangiare, altrimenti lui non parlava. Non aveva alcuna intenzione di vuotare il sacco, a meno che non si fosse trovato davanti a un invitante piatto di spaghetti ai tre sapori. A nulla valeva convincerlo a mangiarsi (e accontentarsi) di un piatto di spaghetti semplici: lui puntava, da subito, a quello ai tre sapori, i più costosi e i più saporiti, perché avevano dentro pesce, carne e gamberetti e costavano tre jiao e cinque centesimi, mentre gli spaghetti semplici, appena 9 centesimi.

Mercanteggiando col didietro di Lin Hong, Li Testapelata, da magro ed emaciato che era, per la povertà e la fame, riuscì a mangiare ben 56 ciotole di spaghetti ai tre sapori acquisendo un aspetto pasciuto e soddisfatto.

A causa di quell'episodio, era infatti venuta fuori la sua vena di mercante: ad appena 14 anni, aveva venduto a ben 56 uomini notizie segretissime sul lato B della più bella di Liuzhen, che gli avevano fatto dimenticare cosa volesse dire aver fame, oltre ad affibbiargli il nomignolo di Chiappetta, presto trasformato – grazie allo spiccato senso per gli affari dimostrato – in Il Re delle Chiappe.


IL FRATELLO
Li Testapelata però non è l'unico protagonista del romanzo. Se si chiama BROTHERS, in effetti, è proprio a causa della presenza di un altro bambino, Song Gang, il quale, in realtà, non è suo fratello di sangue, ma fratellastro, perché figlio del secondo marito della madre, Song Fanping. L'accordo e l'affiatamento che però lo unirà per sempre a Song Gang, stabilirà, tra i due protagonisti, un legame ancor più forte di quello del sangue.

Song Fanping era lo stesso uomo che aveva fatto spaventare il primo marito di Li lan, quello che aveva lanciato un urlo vedendo due piedi spuntare dalla tramezza posta tra i bagni maschili e quelli femminili; lo stesso uomo che si era lanciato nel canale di scolo, - quando il malcapitato vi era finito giù -, per salvargli la vita, invano. Sette anni dopo, rimasto vedovo con un figlio di un anno più grande di Li Testapelata, Song Fanping e Li Lan, per una serie di coincidenze si sposarono innamorati davvero l'uno dell'altra. D'altronde di Song Fanping non ci si poteva che innamorare.

Song Fanping era un insegnante di educazione fisica alla scuola media di Liuzhen. La sua stazza imponente e l'altezza (1 metro e 85), facevano di lui un omone dall'aspetto temibile. E, in effetti, non ci si sbagliava. Quello che però nessuno intuiva, al vederlo, era il suo ottimo carattere, la sua solarità e cordialità sempre ben disposta verso tutti.

Innamoratosi, corrisposto, di Li Lan, madre di Li Testapelata, aveva vissuto un intenso anno d'amore con la sua seconda compagna, fino a che non l'aveva convinta a ricoverarsi all'ospedale di Shanghai (dove viveva la sua sorella maggiore) per curare il suo terribile mal di testa cronico, scoppiato in seguito alla morte umiliante del suo primo marito. Prima di farle prendere la corriera, però a Song Fanping era venuta in mente un'idea: recarsi dal fotografo e farsi fare una foto di famiglia con loro due e i rispettivi bambini. Quella fu l'ultima volta che i due sposi si videro in vita. Una brutta e irragionevole era stava per piombare su tutta la Cina: la Rivoluzione Culturale!


Siamo quindi nel 1966, anno in cui la quarta moglie di Mao, Jiang Qing, ordinò, in nome della Rivoluzione Proletaria orribili torture ai danni degli appartenenti alle classi intellettuali e di proprietari terrieri, i quali venivano spesso torturati e sfregiati prima di morire, solo per esser stati, un tempo, ad esempio, piccoli proprietari, proprio come lo era stato, molto tempo prima, il padre di Song Fanping. Per questo, pur dopo una trionfante marcia per tutta Liuzhen, con un'enorme bandiera rossa in mano, cantando canti rivoluzionari e ammirato da tutti, appena il giorno dopo, Song Fanping si ritroverà messo al bando e costretto a portare il solito cappello di carta a punta, e il cartello di legno appeso al collo, indice di qualcosa che non quadrava: era, infatti, risultato figlio di proprietario terriero, nonostante suo padre, da decenni, avesse spartito la sua piccola proprietà con i contadini che, una volta, lavoravano per lui.

Nonostante l'autocritica, nonostante la destituzione da insegnante, Song Fanping capiva che il mondo dei suoi figli non doveva essere turbato. Si era per questo impegnato, in tutti i modi, a far continuare a vivere i due bambini nel loro mondo dorato, le cui brutture esterne non erano ancora per loro facilmente comprensibili, per questo, riteneva, dovevano restare fuori.

Per una serie di coincidenze abbastanza precise, Song Fanping non vide più sua moglie, né poté più accudire i due bambini, poiché la stessa mattina che Li Lan doveva tornare da Shanghai – dal cui ospedale non aveva ricavato niente, perché i medici erano stati tutti arrestati -, fu inseguito e picchiato furiosamente dalle Guardie Rosse, fino a morirne.

Il suo corpo fu lasciato lì dov'era caduto, per strada, impossibile da riconoscere, tanto era malconcio, fino al sopravvenire dei bambini, che grazie al loro clamore, erano riusciti a impietosire qualcuno e convincerlo almeno a riportare a casa il loro papà...


Mi fermo qui. Non voglio né posso rivelare altri particolari, che sarebbero davvero tanti e troppo lunghi da descrivere, essendo BROTHERS un romanzo molto articolato e ricco di pittoreschi personaggi, caratteristici della pettegola e provinciale vita di una cittadina come Liuzhen. Basterà elencare solo i principali, che continueranno a popolare le vicende e la vita dei due protagonisti, in particolare di Li Testapelata. Essi si trovavano tutti nella "vivacissima Strada occidentale di Liuzhen, una viuzza dove c'erano..." (pag. 74) il gigantesco fabbro Tong, il sarto Zhang, gli arrotini Guan, il cavadenti Yu, la gastronomia di mamma Su e anche il ghiacciolaio Wang, "che strillava ai quattro venti picchiando contro la borsa frigorifera in cui teneva i ghiaccioli" (ibidem). A questi sono da aggiungere i tre ragazzi delle medie (che poi resteranno in due), che metteranno spesso le mani addosso ai due bambini e saranno presenti lungo tutto l'arco del romanzo.



BROTHERS
È la prima parte di un'unica poderosa opera, che l'editrice Feltrinelli ha voluto, qui in Italia, suddividere in due volumi.

Sin dall'inizio, si nota subito che il libro è caratterizzato da una sferzante e ironica – spesso anche grottesca – comicità. Ben poco spazio è concesso alla commozione e alla pietà, che pur trapela in certi personaggi come Mamma Su e nei due protagonisti bambini. Ma quello che colpisce di più è la facilità con cui Yu Hua riesce a passare dalla comicità più pura all'innocenza autentica dell'animo infantile, così come riesce, con leggerezza, a passare alla drammaticità storica della Rivoluzione Culturale e ai suoi assurdi propositi e castighi.

Alla presentazione della sua opera, al Salone del Libro, l'autore ha, infatti, paragonato quel periodo violento al Medio Evo europeo; ma se l'Europa ha subito e 'digerito' in diversi secoli il periodo di ferro, la Cina l'ha vissuto e fagocitato nel lampo di una sola decina d'anni, dal 1966 al 1976, coincidente con la morte dell'onnipotente Mao. Ed è su questi particolari che mi voglio soffermare un po'.

Facendo ricerche più approfondite, tra libri e web, mi è capitato di vedere su You Tube alcuni filmati di una crudeltà mostruosa: Jiang Qing che conclamava la giustizia delle torture e della morte di certi insolenti prigionieri, 'colpevoli' di essere figli di proprietari terrieri o di essere degli intellettuali deviazionisti di destra, e rappresentanti di un mondo che doveva scomparire! Una di queste pene, con conseguente condanna a morte, era la “Legge dei Mille Tagli”... adesso non me la sento di scendere nei particolari, perché è di una crudeltà agghiacciante, ma giusto per spiegare di cosa si tratta, mi limito solo a dire che i mille tagli venivano effettuati sul corpo nudo della vittima, ancora viva e pienamente cosciente, legata a un palo, fino ad arrivare alla decapitazione effettiva, preceduta dall'amputazione degli arti, che venivano fatti a pezzi già prima che questa spirasse.


Durante il Medio Evo, si sa che certe sadiche e deliberate crudeltà sono avvenute anche in Europa, ma non si spiega lo stesso il motivo per cui la gente si faceva così facilmente irretire da qualcosa che non si sapeva neanche bene cosa fosse. Mi riferisco allo strapotere e al conclamato marxismo cinese di Mao, che non era chiaro nemmeno a lui.

Quanta gente, dopo la sua morte, grazie alla pseudo-riabilitazione promossa da Deng Xiaoping, ha confessato di non aver mai capito il motivo per cui doveva esser punito e fare autocritica. Che cosa aveva mai commesso per subire soprusi come quelli noti?

È un argomento, questo, su cui Yu Hua non si sofferma molto, né si sbilancia più di tanto. Nel libro condanna apertamente la Rivoluzione Culturale e la sua violenza, ma mai in modo diretto. Col suo modo onnisciente di narrare, l'autore lo affronta in modo distaccato e dal punto di vista di spettatore esterno ed estraneo ai fatti.

Ecco qui un passo significativo ed eloquente del modo di narrare di Yu Hua.


"Dopo la partenza di Li Lan per Shanghai, da noi a Liuzhen arrivò la Rivoluzione Culturale. Song Fanping stava tutto il giorno a scuola, usciva presto e rincasava tardi, anche Li Testapelata e Song Gang uscivano presto e rincasavano tardi e passavano la giornata per strada. LE vie di Liuzhen si riempirono di fiumane di gente e di drappelli che marciavano, ogni giorno, avanti e indietro. Sempre più persone portavano la fascia rossa al braccio, avevano le spillette del presidente Mao appuntate sul petto e le citazioni del Libretto Rossosulla bocca. E sempre più persone si riversavano nelle strade a far cagnara tra urla e canti, urlavano gli slogan rivoluzionari e cantavano gli inni rivoluzionari. I dazibao, uno sull'altro, ispessivano sempre più i muri e a ogni folata di vento facevano lo stesso rumore delle foglie. Cominciarono a esserci quelli che portavano in testa cappelli di carta a punta o grossi cartelli di legno al collo, e quelli che andavano avanti e indietro strillando slogan di autocritica e sbattendo pentole e ciotole rotte. Li Testapelata e Song Gang sapevano che le persone con i cappelli di carta, i grossi cartelli di legno e le persone che sbattevano i coperchi rotti erano quelli che tutti chiamavano nemici di classe. Chiunque poteva alzare il braccio e appioppar loro una sventola, sollevare la gamba e assestargli un calcio nello stomaco, strizzarsi le narici e soffiargli il moccio nel colletto o tirare fuori l'uccello e pisciar loro addosso. Tanto quelli sopportavano qualsiasi umiliazione, senza dire una parola e senza guardare storto nessuno, e gli altri ridendo della grossa, li obbligavano a schiaffeggiarsi da soli, a gridare slogan ingiuriosi contro sé stessi e, quando li avevano esautriti, a passare agli insulti contro i propri antenati... Per Li Testapelata e Song Gang fu l'estate più indimenticabile della loro infanzia, anche se non sapevano che era arrivata la Grande Rivolznione proletaria culturale, né che fosse cambiato il mondo, sapevano solo che Liuzhen era tutti i giorni in fermento, come fosse sempre festa." (cap. 9, pagg. 82-83).



LA STRUTTURA DI BROTHERS
All'apertura, s'introduce subito la figura di Li Testapelata da adulto, dopo aver già vissuto tutto ciò che è narrato nei due volumi italiani. Chi racconta le sue vicissitudini, è una 'voce' onnisciente, che interviene a spiegare i particolari delle varie situazioni e i pensieri dei protagonisti, rendendo il lettore partecipe delle riflessioni più profonde dei personaggi e dei fatti accaduti in contemporanea ad altri, come una sorta di ubiquità.

Lo stile e la scrittura sono scorrevoli e discorsivi, anche se il linguaggio è spesso farcito di volgarità e parolacce, ma questo è anche dovuto alla necessità di rendere più verace la narrazione, per colorirla e dipingerla nel modo più possibilmente credibile.

Io ho già letto e recensito altri libri di Yu Hua e non ho sempre trovato un linguaggio così spinto, ma ogni volta adattato alla situazione raccontata. Non a caso questo medico-scrittore è stato considerato l'autore contemporaneo più controverso della Cina odierna. Infatti, se molti dei suoi libri sono riusciti a resistere alla censura, non lo è stato per il film tratto dal suo libro più conosciuto, VIVERE!, da cui il regista Yang Zimou, ne trasse un capolavoro ancora poco apprezzato, la cui sceneggiatura fu proprio opera del romanziere di BROTHERS, tuttora impossibile da visionare in Cina.

VIVERE!, inoltre, ricevette anche il prestigioso premio letterario Grinzane-Cavour, come miglior libro straniero del 2004.


BROTHERS però, per la sua vasta e poderosa mole, per l'ampio respiro vissuto, e per l'abilità dimostrata, dall'autore, nel descrivere scene, situazioni e personaggi, oltre che pensieri e stati d'animo, resta, attualmente, un esempio insuperato nell'opera prodotta fino ad ora da Yu Hua. Per questo lo consiglio caldamente, anche perché non l'ho trovato affatto pesante, nonostante la drammaticità di certe scene. E poi, leggere libri di autori ben lontani dal comune immaginario collettivo (come possono essere i romanzi statunitensi o la narrativa poliziesca e legale italiana), apre orizzonti mentali inaspettati, oltre ad abbattere insussistenti pregiudizi e inutili stereotipi su Paesi, a noi occidentali, ancora del tutto sconosciuti.



SCHEDA DEL LIBRO
"Brothers" di Yu Hua
Feltrinelli, Milano 2008
pagine leggibili 248
Titolo originale "Xiongdi"
Traduzione di Silvia Pozzi
Prezzo Euro 16.



lunedì 26 maggio 2008

Addio, mia concubina (libro e film)

Pochi sanno che questo bellissimo FILM è tratto da un ROMANZO del 1985, scritto da Lilian Lee, edito in Italia solo nel 1993, probabilmente in contemporanea all'uscita del film, dal titolo originale, in inglese, Farewell to my concubine, in italiano tradotto come Addio, mia concubina.
La prima volta che mi capitò di vedere il FILM fu nel maggio 2004 e restai talmente affascinata che, apprendendo dai titoli che era tratto da un libro, mi affrettai subito a comperarlo.
In libreria, come prevedevasi, non lo trovai, neanche come fondo di magazzino: era troppo vecchio essendo stato p
ubblicato 11 anni prima. Così spulciando in internet, tramite una bella e fornitissima libreria di Roma di nuovo e usato, la libreria Tara, trovai ciò che cercavo e in men che non si dica ricevetti il libro (ed. Frassinelli) in edizione originale, usata ma in ottimo stato. Si vede qui al lato, nonostante il flash abbagliante.
Naturalmente, come per Vivere!, prima di dare un giudizio globale ho aspettato di leggere il libro e, una volta fatto (e riguardato il film), mi sono finalmente decisa a scrivere la recensione riguardante entrambe le rappresentazioni di Addio, mia concubi
na.
Ma partiamo dal FILM.

Addio, mia concubina ha partecipato nel 1993 al Festival del cinema di Cannes vincendo, ex aequo, la Palma d'oro con un altro film della regista inglese Jane Campion, Lezioni di piano.
Se Lezioni di piano ha avuto una sfolgorante distribuzione, grazie al lancio internazionale della Croisette, il destino distributivo di Addio, mia concubina è stato invece lento e difficoltoso, quasi non meritass
e il premio ricevuto, ed è uscito in sordina, sul mercato italiano, diffondendosi solo grazie alla "forza della propria preziosità stilistica e dall'ambiguità di una tematica sofferta, nella complessità delle dinamiche private e politiche della Cina del XX secolo". (Ezio Leoni)

Il FILM abbraccia mezzo secolo di storia cinese, esattamente dal 1925 al 1977. E', teoricamente, la rievocazione della grandezza e della miseria dell'Opera di Pechino. Ma questa grande forma di teatro, a noi occidentali quasi del tutto sconosciuta, fa solo da sfondo alla vicenda dei due protagonisti e alla loro storia d'amore e d'amicizia.
Ma procediamo con ordine.

L'INCIPIT del FILM è quello di un' allegra rappresentazione, in piazza, dei ragazzi della scuola dell'Opera di Pechino, gli aspiranti attori "adottati" dal maestro Guan.

Siamo nel 1925.
Una donna e un bambino si aggirano tra la folla, ma visibilmente senza a
vere l'intenzione di seguire lo spettacolo.
Più tardi la stessa donna presenterà al maestro Guan il bambino, suo figlio Douzi, di 9 anni. Lo vuole affidare a lui perchè ne faccia un attore e abbia un futuro assicurato e un post
o dove vivere. Lei è una prostituta e, pur essendo in grado di mantenerlo, non può tenerlo perchè è un maschio. Se fosse stato una femmina il futuro era assicurato.
Quando maestro Guan squadra il bambino, ciò che vede gli piace. Douzi è, infatti, un bambino snello dai lineamenti molto fini e dall'incarnato delicato. Ottimo per le parti da dan (femminili).
Ma arrivato all'osservazione delle mani, il piccolo si rifiuta di tirar fuori la mano destra e quando il maestro lo obbliga, rabbrividisce: il bambino ha sei dita. Così lo rifiuta e manda via lui e la madre.
La donna, disperata, non si dà subito per vinta, e afferrato il grosso coltello di un artigiano presente nei paraggi, non esita a tagliare l'ostacolo che si oppone al figlio di essere accettato in quella scuola: il sesto dito.
Ripres
entandolo a maestro Guan con la mano fasciata, la donna firma, o meglio, fa una croce sul contratto e cede suo figlio alla scuola dell'Opera di Pechino.

Per tradizione, fino agli anni 50-60 (precisamente con l'avvento del maoismo) questi istituti erano tutti maschili; le parti femminili venivano interpretate sempre da attori travestiti da donna.
L'esperienza nella scuola dell'Opera di Pechino è fatta di disciplina dura e di punizioni corporali umilianti. Pur non imparando a leggere e scrivere, gli aspiranti attori devono subire l'indottrinamento culturale sui rigorosi riti teatrali e sulla simbiosi dei ruoli che interpreteranno e in cui, man mano, identificheranno la propria personalità.
A Douzi, così delicato e dai lineamenti gentili, era più che scontato c
he venissero affidati ruoli femminili. A Shitou, l'altro protagonista, di tre anni maggiore di Douzi (ne aveva 12), già più robusto e sviluppato, sembrano congeniali i ruoli dei grandi personaggi maschili. E quale opera migliore di Addio, mia concubina poteva essere loro più congeniale?
E' necessario qui aprire una parentesi sull'opera in questione. Addio, mia concubina è una reale opera della drammaturgia classica cinese, uno dei testi più affascinanti e amati. In passato venivano tramandati più oralmente che scritti da un vero autore; finchè un grande attore come Mei Lanfang (1894-1961), il più noto interprete di ruoli dan (i personaggi femminili dell'Opera di Pechino), non ha riscritto il dramma a modo suo, attingendo direttamente dalla lunga esperienza personale, oltre che muovendosi lungo la debole linea di confine che dovrebbe, teoricamente, separare teatro e vita, nel perc
orso umano e artistico.
C'è, nel testo di Mei Lanfang, l'approccio biografi
co, forse quello che meglio si adatta alla contestualizzazione e all' avvicinamento della riscrittura del testo del dramma, impreziosita, perchè è una versione, questa, arricchita dall'esperienza personale di interprete dan.
E', forse, a Mei Lanfang che ha pensato Lilian Lee, quando ha scritto il suo romanzo, trasferendolo però sul personaggio di Douzi, più lirico e patetico.
Ma ritorniamo al FILM.
Eravamo rimasti all'infanzia, o meglio, ai primi anni di scuola teatrale di Douzi e Shitou.
Come in ogni grande ambiente, popolato da tante persone, come, in questo caso, la scuola di maestro Guan, di tanti ragazzi, l'ultimo arrivato fa le spese per tutti e viene un pò tenuto alla larga o preso di mira per piccoli dispettucci ecc. Accade proprio qu
esto al piccolo Douzi, quando si troverà di fronte a tutti quei ragazzini scatenati. Solo uno, un pò più grandicello, Shitou, lo stesso che aveva visto esibirsi in piazza quando era ancora in compagnia della mamma, prenderà le sue parti e lo difenderà dagli altri, prendendolo sotto la sua ala protettiva e guidandolo nelle cose a lui ancora sconosciute. E' con Shitou che stringerà un rapporto dal confine mai molto chiaro. Se sarà più fraterno o più amoroso non si capirà, né lo capirà mai lo stesso Douzi.
Il tempo passa e i due protagonisti, ormai ancorati ai loro personaggi dell'imperatore Xiao Yu e della sua fedele concubina Yu Ji, cambieranno anche nomi. Shitou diventerà Duang Xiaolou (Zhang Fengyi) e Douzi, Cheng Dieyi (Leslie Cheung).
La loro trionfale carriera va avanti anche con l'inasprirsi dell'invasione giapponese, fino a q
uando Xiaolou non sposerà la prostituta Juxian.

Dieyi prenderà male la notizia dell'intrusione della donna nel suo rapporto col collega. Juxian, invece, superato il primo impatto e resasi presto conto dell'ostilità dell'amico fraterno del marito, innalzerà anch'essa le difese.

Il FILM continua con diversi colpi di scena, che sono, in parte, affrontati nella delineazione delle figure dei protagonisti descritti qui di seguito.
Per non rovinare la sorpresa e il gusto di vedere e godere questo splendido film, basterà dire solo che i due protagonisti maschili, dopo essersi separati e tornati insiem
e più volte, saranno allontanati forzatamente e per sempre, durante la Rivouzione Culturale.
Molti anni dopo, riabilitati, verranno invitati dal governo, a fare una rappresentazione privata del loro cavallo di battaglia, Addio, mia conc
ubina.
Dieyi coglierà quell'occasione per realizzare il suo sublime sogno e più grande desiderio: morire come la concubina Yu Ji, sotto gli occhi del suo amato signore.

LA FIGURA DI DIEYI-DOUZI E DI SHITOU-XIAOLOU NEL LIBRO E NEL FILM.
Nel FILM come nel LIBRO, Douzi-Dieyi non nasce già con tendenze omosessuali. Tutt'altro. E' un'imposizione voluta dall'esterno che lo ha quasi convinto di esserlo, oltre alle
circostanze. Poichè sia da bambino che da uomo conserverà sempre una delicatezza quasi femminea, il maestro Guan, con occhio da esperto intenditore, lo destina, sin da piccolo, a ruoli femminili. E sarà dura, per il piccolo Douzi, la lotta per convincersi di essere una fanciulla invece che un fanciullo: per interpretare alla perfezione una parte bisognava, secondo gli insegnamenti più classici, entrare nel personaggio e/o identificarsi con esso. E se a Douzi era capitata la sorte di interpretare ruoli femminili, di conseguenza, doveva entrare nella parte della fanciulla. E' da lì che confonderà per sempre la netta linea di demarcazione tra maschile e femminile e vedrà Shitou-Xiaolou, che sin dal primo momento si è elevato a suo strenuo difensore contro gli scherzi crudeli degli altri compagni, come il suo idolo protettore, suo padre e sua madre, il proprio re e imperatore, il suo compagno fraterno e il suo partner.
Dieyi vivrà sempre nell'idea che anche nella vita viga la stessa realtà dell'opera teatrale; e si immedesimerà a tal punto in Yu Ji, la protagonista di Addio, mia concubina, che confonderà i limiti tra realtà e finzione e finirà davvero per credersi donna intrecciando anche rapporti omosessuali con uomini privi di scrupoli. Ma mai con Xiaolou. Dal canto suo Shitou-Xiaolou, se si comporterà come un paladino di giustizia col piccolo Douzi, è solo per solidarietà nei confronti del nuovo arrivato, e per carattere, essendo di indole più spavalda e coraggiosa, meno incline di Douzi-Dieyi, alla malinconia.
Il risultato è, infatti, il destino dei ruoli che ricoprirà a teatro: quelli di re, generale, imperatore. S
arà sempre comunque un grande condottiero e non vedrà mai in Douzi-Dieyi un possibile partner, anche durante il pieno fulgore della loro gioventù baciata dalla fortunata carriera.

Al contrario di Dieyi, Shitou-Xiaolou sarà un uomo in tutto e per tutto. Per lui non ci saranno confusioni di ruoli teatrali con la vita vera, né sessuali; ed essendo un giovane libero ed energico, riverserà parte delle sue energie sulle donne, in particolare su una che fa la prostituta alla Casa dei Fiori, famosa casa di tolleranza di Pechino. La fortunata Juxian è una tra le prostitute più ricercate, ed è un pò grazie alla sua avvenenza, un pò grazie alle sue arie seduttive, che riuscirà a far capitolare l'attore e a farsi sposare, sollevando le ire del fraterno compagno Dieyi, che vivrà questa novità come una fatale intrusione, che incrinerà, se non spezzerà il fragile equilibrio che si era stabilito tra lui e Xiaolou.

LA FIGURA DI JUXIAN
Nel FILM come nel LIBRO Dieyi, abbiamo detto, prenderà male la notizia del matrimonio di Xiaolou.
Nel FILM Juxian, di fronte all'ostilità di Dieyi si troverà, in principio, spiazzata ma poi, superato il primo impatto, innalzerà le difese e si comporterà di conseg
uenza.
Nel LIBRO, invece, Juxian sembra non rendersi subito conto di questo malcelato sentimento. Infatti, più volte tenterà con Dieyi approcci positivi e amichevoli, che lui rifiuterà sempre sprezzantemente, e Juxian, che nel ROMANZO risulta meno calc
olatrice che nel FILM, resterà sbigottita di fronte a tali risposte e non saprà spiegarsi, inizialmente, il perchè. Scoprirà solo più tardi la gelosia di Dieyi nei suoi confronti, volta a proteggere l'amico.

Nel FILM la figura di Juxian, interpretata magistralmente dalla bravissima Gong Li, l'attrice cinese più nota in occidente, è una figura più velenosa che nel libro, più aspra e risentita, rosa dal livore delle attenzioni che Xiaolou rivolge all'amico e non solo a lei, come vorrebbe. Risulta, pertanto, come una specie di arpia dall'aspetto angelico. Calcolatrice quanto basta da imporre, in modo sottile e pretenzioso, a Xiaolou di farsi sposare per riscattarsi da un destino da finire, altrimenti, tra le mura del bordello. E, più tardi, sempre nel FILM, quando svelerà la sua vera natura, coman
dando quasi a bacchetta il marito, imponendogli di mollare la recitazione per mettersi a fare il venditore di angurie, è una figura troppo meschina.
La J
uxian del LIBRO, invece, non imporrà mai al marito di lasciare di lasciare il teatro. Quando Xiaolou lo farà, sarà solo in seguito all'ennesima scenata di gelosia di Dieyi nei confronti della donna.
A questo punto
, nel LIBRO come nel FILM, sarà maestro Guan a far riunire i due attori nella mitica coppia di un tempo. Ma ci penserà l'invasione giapponese a dividerli ancora e sarà Dieyi che, godendo della protezione di un ricco e potente personaggio appartenente all'Opera di Pechino, maestro Yuan Siye (con cui intrattiene rapporti omosessuali, malgrado sé), libererà dalle mani degli invasori Xiaolou, arrestato - per essersi ribellato durante una rappresentazione-, tenendo un piccolo concerto solo per la corte dei militari giapponesi capeggiati dal loro generale, intenditore e amante dell'Opera di Pechino.
L'iniziativa di liberare Xiaolou dai giapponesi non era certo venuta in mente a Dieyi, che ormai considerava finita la carriera col compagn
o, bensì a Juxian, che sapendo della sua relazione con maestro Yuan, gli promette di lasciare libero Xiaolou, purchè lui intervenga a favore del marito. Cosa che non farà mai.

Tutto ciò concorda con il libro. Il seguito è il vizio dell'oppio di Diey
i; l'avvento del Kuomintang prima e di Mao dopo, oltre al tradimento che le guardie rosse della Rivoluzione Culturale imporranno ai tre, durante le autodenunce e le accuse assurde per scoprire dove s'insidiava il traditore attaccato al vecchio regime e quindi sovvertitore di quello attuale.
Questi processi sommari avvenuti in Cina a partire dal 1966, per volere della terza moglie di Mao Jian Qing, erano corredati di botte massacranti ad opera di ragazzini detti guardie rosse, i quali, per lo più, finivano per ammazzare gli imputati, che non avevano
la minima possibilità di difendersi.
E' durante uno di questi processi agli artisti del teatro, che avviene l'epilogo drammatico di tutta la vicenda.
Xiaolou, costretto a confessare a suon di bastonate, rivela che il suo compagno ha intrattenuto rapporti sodomiti con maestro Yuan Siye, già andato a morte. Al che Dieyi, per tutta risposta, risentito dalla rivelazione e da tutti gli anni in cui aveva dovuto sopportare la presenza di Juxian, sputa fuori la verità sulla rivale: era una prostituta della Casa dei Fiori.
Juxian, lì presente, ormai d'età, viene subito afferrata e sottoposta
allo stesso trattamento da altre guardie rosse.
Quando tutto finirà e Xiaolou tornerà a casa farà una macabra scoperta: il corpo di sua moglie penzola dal soffitto privo di vita.

Molti anni dopo nel FILM i due attori, riabilitati e convocati dal regime attuale, reciteranno insieme per l'ultima volta e Dieyi, sempre fedele alla trasposizione del teatro nella vita reale, come agisce la protagonista di Addio, mia concubina, Yu Ji, si taglia la gola con la spada del suo signore.
Il ROMANZO a questo punto si discosta dal film, ma possiamo anche capire il perchè. La morte finale ha qualcosa di lirico ed è sicuramente sembrata, alla stessa scrittrice, Lilian Lee - che ha steso la sceneggiatura del film in collaborazione con Lu Wei, l'ideale per terminare un film superbo come quello di Chen Kaige.

IL LIBRO
Ini
ziano qui delle discrepanze con il FILM.
L'autrice, dopo la drammatica denuncia della Rivoluzione Culturale, ha continuato a narrare le vicende dei due protagonisti.
Xiaolou, dopo la campagna di rieducazione al sud, è stato riabilitato e si è trasferito a Hong Kong dove vive in un appartamento in subaffitto con una misera pensione riconosciutagli da quel governo, ancora colonia inglese, quale rifugiato.
Dieyi dopo essere stato anch'egli in rieducazione, riabilitato, ha ripreso la via del teatro e alla mortedi Mao gli è stata affidata la direzione della gloriosa Opera di Pechino. E' ora maestro Cheng e dirige una compagnia di giovani e talentuosi attori.
Il loro ultimo incontro nel romanzo avverrà a causa di una tournée della compagnia per tutta la Cina, che toccherà anche Hong Kong nel 1982. Sarà a causa dei manifesti ripor
tanti il nome di Cheng Dieyi al teatro, che Xiaolou verrà a conoscenza della sua presenza a Hong Kong.
Fattosi coraggio e messi da parte gli antichi rancori, Xiaolou incontrerà l'amico, che troverà piuttosto triste e insoddisfatto.

Nessuno dei due recita più da tanto e, pur di ricordare ancora una volta i vecchi tempi, una sera, terminata la rappresentazione di Addio, mia concubina dalla attuale compagnia di Pechino, i due attori reciteranno per l'ultima volta il loro cavallo di battaglia, truccandosi e vestendosi come una volta.
Nel momento in cui la concubina si taglia la gola, Dieyi coglierà l'occasione e si porterà davvero la lama della spada alla gola ferendosi, ma non mortalmente, come invece avviene nel film. Alle incitazioni di Xiaolou, spaventato alla vista del sangue, Dieyi, tornando alla realtà, si renderà conto che lo spettacolo è veramente terminato e che tutto era stato solo un sogno e che non sarebbe morto per amore. Quello che aveva
vissuto era stato solo uno scherzo della mente, niente di più, ma non gli aveva impedito di rivelare, sorridendo all'amico, quella verità che aveva sempre tenuto celata in sé stesso: - Ho sempre voluto essere Yu Ji! -

A quella eroina aveva dato tutto sé stesso e adesso sapeva con certezza che quella con Xiaolou era stata la sua ultima rappresentazione.
Il LIBRO finisce poco dopo con il ritorno di Dieyi a Pechino e la dichiara
zione del 26 settembre 1984 che Hong Kong nel 1997 sarebbe tornata alla Cina. Ma a Xiaolou non importa, perchè di sicuro, fino ad allora lui, ne era sicuro, non sarebbe arrivato.

LA CRITICA AL LIBRO
Pur essendo scritto bene ed essendo un ottimo soggetto che attraversa mezzo secolo di storia cinese, questo romanzo soffre di una pecca evidente tra la prima e la seconda parte.

Nella prima metà Lilian Lee affronta in modo piuttosto frettoloso l'infanzia e la gioventù dei due protagonisti. Spiega, abbastanza dettagliatamente, l'Opera di Pechino nei suoi retroscena e nei suoi fasti, ma non si sofferma chiaramente sul periodo storico, sulle influenze che si ripercuotono sul teatro e la cultura degli anni 20.
La narrazione va avanti solo come una mera e superficiale cronistoria, senza né approfondimenti psicologici, né del pensiero dei personaggi. Uno di questi ultimi che patisce di più è quello di Juxian, unica figura femminile; mai predominante, si, ma mai veramente delineata con precisione.
Nella seconda parte poi, il romanzo prende un'altra piega.
Siamo negli anni della dittatura maoista. Tutt'a un tratto Lilian Lee si profonde in dovizie di particolari sulla Rivoluzione Culturale e sulle assurdità e le atrocità che commise, andando avanti con la morte di Mao, nel 1976, il processo alla vedova, fomentatrice della Rivoluzione e dei principi del Libro Rosso, fino ad arrivare alla dichiarazione, nel 1984, della resa di Hong Kong da parte degli inglesi.
E' come se la scrittrice, in questo romanzo, abbia voluto dar prova della sua conoscenza del teatro dell'Opera di Pechino, facendo, al contempo, una denuncia delle atrocità del periodo maoista, sicuramente vissuto in prima persona, visto che i suoi primi scritti sono comparsi sin dal 1976. Ed essendo nata ad Hong Kong, ha voluto mettere in evidenza il contrasto pacifico della colonia inglese di quegli anni col resto della Cina.

Il GIUDIZIO su questo libro non è del tutto positivo. Pur essendo scritto in modo piacevole e scorrevole, non è molto profondo quanto il film lascia presupporre a chi, come me, è capitato di vedere prima quello.
E' pur sempre un soggetto interessante e dall'argomento affascinante e insolito.

IL FILM
Interpretato magistralmente da tutti e tre i protagonisti, questo film
è davvero un grande affresco sociale. Il merito maggiore, è ora di dirlo, va alla grande regia di Chen Kaige, antagonista dell'altro grande regista della cinematografia cinese odierna, Zhang Yimou.
Questo splendido film, il quinto del regista, oltre ad aver vinto la Palm
a d'oro nel 1993 al Festival di Cannes, come abbiamo detto all'inizio, ha vinto anche il Golden Globe come miglior film straniero e ha avuto due nomination all'Oscar come miglior film straniero come migliore fotografia.
La critica ha osannato questa rappresentazione artistica come "una metafora della vita viss
uta e il merito del regista è stato anche quello di regalarci memorabili e suggestive sequenze da vero cinema d'autore, dallo splendore estetizzante e magniloquente" (Ezio Leoni).
Questo meravglioso film, paragonato a L'Ultimo Imperatore di Bertolucci per "il gusto decorativo sfrenato", ha cambiato la storia del cinema orientale, consacrando alla fama internazionale uno dei più raffinati e apprezzati autori del cinema asiatico.
A chi non piace questo stile cinematografico, né il genere, troverà questo film prolisso e pesante, se non interminabile, per questo, pur consigliandolo a tutti, è un film adatto a un certo pubblico e ad un certo gusto, che ama, prima di tutto, la cultura e la storia cinese. Non aggiungo altro.

La biografia di Chen Kaige e la sua cinematografia è ormai straconosciuta e a disposizione in internet, per questo non mi è sembrato opprtuno scrivere su di essa.

CENNI SULL' OPERA DI PECHINO
L'Ope
ra di Pechino ha le sue origini all'inizio del 1800. E' una sintesi di diversi stili etnici che affondano le loro radici in una tradizione millenaria.
Negli spettacoli di questa forma d'arte teatrale è visibile la forza di
una storia antichissima, visibile sul pesante trucco basato sul bianco, il rosso e il nero, giocati fra loro per creare sul viso delle attrici (e dei dan di una volta) un'espressione misteriosa, tra l'infinitamente dolce e il minaccioso.
Nel film Chen Kaige ha sapientemente mostrato intere sequenze svolte nei camerini degli artisti, quando si applicano il pesante trucco o si vestono con i loro costumi multicolori, o mostrano le loro tecniche di recitazione.
"La forza dell'Opera di Pechino - scrive Enrico Pan su La Nuova Sardegna (22-12-95) -, è tutta nella tradizione. Una tradizione che si fonda sulla straordinaria versatilità di questi artisti che sono attori, ma, allo stesso tempo, acrobati, danzatori, mimi e, all'occasione, anche cantanti...frutto di una preparazione fisica e mentale che deve essere maniacale" (come ci hanno dimostrato Lilian Lee e Chen Kaige). Sta in questo, secondo me, il merito maggiore della scrittrice e del regista: aver portato, alla luce del grande pubblico internazionale, una delle forme artistiche teatrali più alte e più faticose della Cina.
Forse si spiega così il motivo per cui un grande autore di teatro come Bertold Brecht, fosse rimasto tanto affascinato dall'Opera di Pechino, che aveva visto a Mosca nel 1935.

La mia recensione finisce qui, inserendo solo un ultimo particolare riguardante l’attore che interpretò Dieyi, Leslie Cheung,
Il versatilissimo attore/cantante è morto suicida nel 2003, lanciandosi dal balcone di una camera d’albergo di Hong Kong, quasi presago, dieci anni prima, ai tempi di ADDIO, MIA CONCUBINA, nel 1993, di ciò che gli riservava la sorte.
Nel film, non a caso, gli era stata affidata una parte costruita quasi su misura, quella della concubina, grazie al suo aspetto angelico e alla sua straordinaria voce, di cui si può apprezzare la bellezza durante i titoli di coda. Peccato, perdere un così bravo artista!

Bene, il mio “papiro” termina qui. Sta a voi ora scegliere se leggere il libro o vedere il film per primo. Intanto, buona lettura e buona visione.
Alla prossima.

mercoledì 26 marzo 2008

L'ANALISI SPIETATA DELLA CINA DI CHANG E MAO

PREAMBOLO
Continua oggi il mio viaggio alla scoperta della grande e inesplorata letteratura cinese del '900 con un altro bell
issimo libro-denuncia sulla Cina post Impero. L'autrice è la dottoressa Han Suyin, una bravissima scrittrice/medico cino-belga divenuta più famosa al grande pubblico, soprattutto, grazie al fortunato best seller ispirato ad una vicenda autobiografica, A Many Splendoured Thing, tradotto in italiano come L'amore è una cosa meravigliosa, da cui fu tratto, nel 1955, il notissimo e omonimo film con Jennifer Jones e William Holden e di cui si ricorderà certamente la splendida colonna sonora Love is a many splendoured thing, premiata giustamente con l'Oscar.
In questo libro Han Suyin narrava la struggente storia d'amore vissuta tra lei stessa (medico all'ospedale di Hong Kong) e un giornalista inglese, Ian Morrison, corrispondente del Times di Londra e reporter di guerra in Corea.

Il tema del romanzo che voglio illustrarvi in questa sede è proprio questo, riservandomi ad un'altra occasione la recensione de L'amore è una cosa meravigliosa.

In FIN CHE VERRA' IL MATTINO il ruolo dei protagonisti è invertito. La coppia è, infatti, formata da un medico cinese, Jen Yong, e da una giornalista americana, Stephanie Ryder.
Stephanie si trova in Cina per inseguire un sogno, più che per amore di un don
giovanni fallito (e sposato), il quale la desiderava in quella terra remota, solo per compagnia e per soddisfare i suoi appetiti sessuali. Cosa che però il destino a lui non riserverà, perché morirà in un incidente prima di metter piede in estremo oriente. Sarà solo lei, per niente affranta da quella perdita, a cominciare un nuovo capitolo della sua vita che, da quel momento in poi, cambierà radicalmente nel giro di pochi mesi.

Siamo nel 1944 a Chungking, a sud della Cina, nella provincia dello Szechwan, dove si era ritirato il governo di Chang Kai-Shek in seguito all'irriducibile avanzata degli invasori giapponesi, dopo che città dopo città, provincia dopo provincia, la regione era caduta, nonostante la popolazione ostinata, non si arrendeva, pur avendo sotto gli occhi la disfatta di grossi centri come Nanchino, Shanghai, Wu-Han e il feroce bombardamento sulla stessa Chungking, nel maggio del 1939. La sovraffollata città, nonostante tutto, aveva mantenuto un morale alto: tutti avevano contribuito alla ricostruzione, a vivere, a ridere e a lavorare, pur sotto ripetuti bombardamenti e conseguenti ricostruzioni. E gli Americani in Cina si innamoravano di quella terra tanto diversa, proprio grazie a quegli abitanti e alla loro ammirevole tenacia.
In quel momento, nel 1944, però, il Kuo-ming-tang di Chang Kai-Shek stava vivendo un periodo turbolento. La popolarità del 1938-39 era stata sostituita dall'odio più feroce, poiché quel
governo, da eroico e glorioso quale si era mostrato pochi anni prima, si era lasciato sedurre da corruzione e dispotismo, distruggendo la valorosa immagine conquistata. E il popolo gli si era rivoltato contro e aveva iniziato timidamente ad aprirsi al maggiore avversario, già potentemente organizzato in segreto: il partito comunista capeggiato dal giovane Mao Tse-Tung.

STEPHANIE

Figlia di un ricco e potente ingegnere aeronautico di Dallas, in Texas, in possesso anche di ingenti giacimenti petroliferi, e di una nobile francese, la quale, per amore di quell'intraprendente americano aveva rinunciato alla sua famiglia, Stephanie si era laureata un anno prima in Storia Asiatica alla Radcliffe University. Aveva quindi accolto, con entusiasmo, la proposta rivoltale da Here, la rivista per cui lavorava, di recarsi in Cina per un anno, per scrivere dei servizi esclusivi sulle donne in guerra. Una volta giunta a Chungking, l'allora ventunenne Stephanie, era rimasta allibita e indignata dal disgusto per la situazione trovata in quella città, sentendosi sem
pre più in comunione con le sofferenze della gente del posto.
Sarà proprio durante uno dei sopralluoghi previsti per svolgere il proprio lavoro, che la giornalista si i
mbatterà in un episodio di palese ingiustizia, il quale la porterà ad intervenire apertamente.
Una bella mattina la giovane, raggiunto il "ciglio dello strapiombo dove le mura della città si sgretolavano in un caos di pietre e di macerie" (p. 12), restò a guardare il paesaggio 150 m sotto la penisola a forma di cucchiaio su cui sorgeva la città, mentre il fiume Yang-tze distendeva le sue acque gonfie per la massa di nevi himalaiane discioltasi e finita dentro, aumentando il livello delle acque, di quella estate, di quasi 30 metri e spazzando via parecchie delle casupole costruite troppo vicine alla riva.
In fondo ad un sentiero scosceso, Stephanie poté rendersi conto, dalla fungaia intravista, che laggiù viveva un quarto dei due milioni di abitanti di Chungking.
" Quei grappoli di catapec
chie che crescevano dai rifiuti della città, sulle discariche, delle immondizie o su tutto ciò che veniva eliminato, gettato via, scartato. Gli abitanti dei tuguri vivevano del putridume della città, spuntavano come funghi della sua sozzura" (p. 13).
Quello, secondo Stephanie, era il materiale ideale per una serie di articoli e lei aveva tutte le intenzioni di scriverlo, corredandolo di foto-verità.

Scendendo la sdrucciolevole roccia friabile, iniziò a sentire delle urla davanti al primo gruppo di baracche. Alcuni soldati lerci, scarmigliati e con un'espressione di pura cattiveria dipinta sul volto, stavano spingendo fuori dai loro tuguri uomini e donne, percuotendoli con il calcio dei fucili, abbattendo, contemporaneamente i puntelli di bambù, sostenenti i tetti di cartone, di tela cerata e di assi fradice fissati con lo spago. Stephanie vide "crollare tutto ciò tra nubi di sporco e di cenere" (p. 13).
-Perché?-, si chiese. Sapeva
che quelle azioni di sgombro delle baraccopoli venivano definite dai militari cinesi: tener pulita la città. Ma perché poi costringevano gli uomini ad andare in quelli che definivano campi di reclutamento, dove gli sventurati trovavano quasi sempre la morte?
I soldati non si erano ancora accorti di lei, per cui Stephanie poté scattare qualche foto in tutta tranquillità, mentre le donne inferocite si avventavano contro i militari che portavano via i loro uomini come bestie. Una di queste, una giovane donna in avanzato stato di gravidanza, uscita faticosamente dall'ultima baracca, appoggiata ad un bambino, si era avvicinata all'ufficiale che comandava l'operazione. Bello, alto e impeccabile, se ne stava in disparte a osservare la scena, quando si vide davanti la donna inginocchiata, la quale si indicava il ventre, insieme al figlioletto inginocchiato, pure lui nella polvere, che chiedevano pietà.
Dopo averli guardati l'ufficiale, palesemente disgustato, alzò un piede c
alzato di stivali di cuoio e sferrò un calcio al ventre della donna. Di fronte ad un così evidente abuso di potere, Stephanie intervenne scagliandoglisi contro e urlando: - Lurido bastardo, come può…come può…- . Al che le due guardie, che erano ai fianchi dell'ufficiale la trattennero, torcendole le braccia dietro la schiena, mentre lui, dopo averla schiaffeggiata, le tirò un cazzotto in piena faccia. Subito dal naso di Stephanie sprizzò un fiotto di sangue rosso che le macchiò l'abito, mentre i soldati impauriti la lasciarono andare. Anche l'ufficiale sembrava impaurito perchè si era reso conto che quella era una straniera e, sicuramente un'americana, quindi, voltatosi, aveva ordinato ai soldati di mettersi in riga e andarsene. La malcapitata gestante, che poco prima era sembrata in preda al travaglio, giaceva adesso a terra col volto esangue, confortata unicamente dal bambino che, accovacciatosi al suo fianco, le stringeva la mano e gemeva.
Fu il ventre gonfio e sussultante di vita della donna a svegliare Stephanie dal suo torpore, a farle decidere rapidamente che doveva portarla in ospedale. Pur non conoscendo una sola parola di cinese, la giornalista continuò a gridare la parola "dottore" con una certa urgenza, alla cui preghiera rispose proprio il bambino, parlando agli abitanti dei tuguri rimasti a guardarli. Senonchè alcune donne sollevarono il corpo riverso, men
tre gli uomini portarono una sedia rotta di bambù e vi adagiarono la donna su; quindi, issatisi sulle spalle le stanghe della sedia, attesero che Stephanie s'incamminasse davanti a loro.

L'INCONTRO
All'ospedale Stephanie s'imbattè in una pietosa infermiera, che andò subito a chiamare il primo medico disponibile, Jen Yong, appunto, il quale proprio in quel momento stava smontando dal turno notturno ed era palesemente stanco e irritato da quell'imprevisto, perché non vedeva l'ora di andarsene per riposarsi. Essendo però un medico coscienzioso e sempre pronto ad accettare, senza lamentarsi, un ennesimo ricovero, anche in momenti come quello, accolse la nuova paziente mettendosi subito all'opera.
Accertatosi dell'accaduto Jen Yong, pur con la testa che gli girava per la stanchezza, notò che la soccorritrice straniera era graziosa e schietta, per cui, sorridendo dapprima, la ringraziò per aver soccorso la donna e poi le disse che, se voleva avere notizie, avrebbe potuto telefon
are più tardi. Stephanie, dopo essersi presentata e chiarito chi fosse, assicurò che avrebbe telefonato più tardi. Anch'ella aveva avuto un guizzo di fronte a quel giovane medico magro e poco più alto di lei, il quale si era mosso con delicata sicurezza quando aveva visitato la gestante ferita. Jen Yong le era piaciuto subito perché si muoveva armoniosamente, sicuro di sé stesso e, soprattutto, per i suoi capelli neri dai riflessi bluastri oltre che per quegli occhi dalle sopracciglia alate e il naso sottile. Le era sembrato costruito come uno strumento di precisione o "come una di quelle levigate statue di giada" (p. 22). Proprio come la levigatezza della sua pelle.

YONG NEL CONTESTO STORICO
Il dottor Jen Yong (Yong è il nome. I cinesi, per distinguersi, usano presentarsi prima col cognome e poi col nome) era nato a Shanghai 28 anni prima, in una facoltosa famiglia di banchieri ed era giunto a Chungking dopo che i Giapponesi avevano già occupato la Manciuria e stavano invadendo la Cina settentrionale. In quel periodo in tutte le università e le scuole superiori, gli studenti si opponevano con rabbia a quell'invasione, sfilando per le strade e organizzando manifestazioni, in seguito alle quali venivano picchiati, presi a fucilate e imprigionati da Chang Kai-Shek. Quest'ultimo, dal canto suo, non aveva nessuna intenzione di combattere gli invasori, per cui continuava ad organizzare solo delle disastrose e fallimentari spedizioni militari contro i comunisti cinesi.
Nel '36 però Chang Kai-Shek era stato catturato dai comunisti e tutti avevano creduto che sarebbe stato ucciso. Dubbio subito fugato allorché, liberato, annunciò che lui e i comunisti si erano alleati contro il Giappone, facendo crescere la sua popolarità a dismisura. Jen Yong, e tanti altri, contagiati da una grandiosa ondata di patriottismo dal 1938 al '42 avevano creduto e sperato che Chang avrebbe mantenuto la promessa.
Nel '41 però il tradimento. Chang aveva ordinato alle sue armate di non combattere più i Giapponesi, lasciando ai comunisti tutto il peso della lotta, mentre riprendeva ad attaccare quelli che attualmente erano i suoi alleati. E Jen Yong era cambiato come un'intera moltitudine di intellettuali non comunisti, i quali restavano a guardare, ormai impotenti e con disperazione "la corruzione che disgregava il Kuo-ming-tang, la sua tirannia, il potere schiacciante della polizia segreta" (p. 18).
Perciò tantissimi intellettuali abbandonarono Chungking per Yen-an, roccaforte dei guerriglieri comunisti. L'ardente amore per la Cina creava un alone magico attorno a questi ultimi. Agli occhi di tutti gli intellettuali non comunisti, quei guerriglieri rossi venivano visti come dei
patrioti, perfino da coloro che rifiutavano il dogma del comunismo, come Jen Yong appunto. Fin dal 1937 il prestigio del partito comunista non aveva fatto che salire e dilagare in tutta la Cina, perfino a Chungking, ancora centro del potere di Chang Kai-Shek.
Molte erano le persone che, apparentemente, svolgevano delle professioni dall'aria neutrale, mentre, occultamente, operavano per organizzazioni comuniste clandestine. Nell'ospedale dove Jen Yong esercitava la sua professione di medico, il capo dell'organizzazione comunista era un personaggio minore, un vinto, uno che puliva le sputacchiere e lavava padelle e pappagalli, oltre ai bagni
pubblici: Vecchio Wang.
Era Vecchio Wang a dare le direttive a Jen Yong. Quest'ultimo addestrava, in seguito, personale medico che poi partiva per Yen-an, travestito nei modi più vari e munito di permessi falsi.
Nel 1941 Chang Kai-Shek ricominciò a delirare e ordinò il massacro di parecchie unità della Nuova Quarta Armata comunista, le cui vittime furono migliaia di medici, infermieri e pazienti.
Venuti a conoscenza de
ll'accaduto, i giornalisti stranieri non l'avevano presa bene, mentre i diplomatici avevano ammonito Chang contro una ripresa della guerra civile in Cina, disastrosa per la causa alleata, la quale faceva ormai parte della seconda guerra mondiale.
Era intenzione degli Usa continuare a far combattere Chang Kai-Shek, il quale concepiva unicamente una cosa: il potere. Nient'altro importava. Allo stesso modo la pensavano i comunisti: il pallino non era altro che il POTERE.
Ma c'era a Yen-an, roccaforte dei comunisti, un nuovo leader, che si era appena imposto, Mao Tse-Tung, assecondato dall'abile e colto rivoluzionario Chou En-Lai, in verità, la mente del partito. Roosvelt, dagli Usa, voleva saperne di più sul conto di questi due personaggi, per cui Chang aveva dovuto, a malincuore, accettare a Yen-an una missione militare americana giunta il 22 luglio, la quale inviava, direttamente a Washington, rapporti favorevoli.

Ma nel maggio del '44 il Giappone, per eliminare le dozzine di basi aeree americane disseminate nel territorio cinese non occupato, aveva sferrato una grande offensiva.
Di fronte a un tale attacco Chang Kai-Shek non aveva combattuto i giapponesi, né protetto le basi aeree americane, alcune delle quali furono occupate dagli invasori con grande sdegno dell'America.
Nel frattempo gli abitanti dei villaggi e i contadini erano stati mobilitati scaltramente dai comunisti, i quali avevano salvato un centinaio di americani tra piloti, meccanici e altri. E la notizia si era diffusa.

YONG
Jen Yong era arrivato a Chungking sei anni prima, dopo essersi laureato, a piedi da Shanghai, la grande città costiera dove, come abbiamo già detto, era nato. Era giunto lì in compagnia di altri studenti e professori, pur di sottrarsi all'occupazione giapponese. E si era innamorato subito della gente dura e fiera dello Szechwan, regione a cui Chungking apparteneva. Lì, Yong sentiva pulsare il cuore della sua patria, lui, l'uomo ricco e sofisticato, di estrazione borghese.
La fuga da Shangai era durata quattro mesi e, una volta giunti a Chungking, Yong e gli altri avevano creato una facoltà di medicina. Da allora aveva sempre lavorato nell'ospedale, fondato
da medici missionari americani, ed era convinto che, una volta vinta la guerra, coloro che avevano affrontato il grande esodo, sarebbero tornati a casa, compreso lui.
Tutti quelli della sua generazione pensavano a salvare il paese, perché era una missione che sentivano di avere nel sangue e, una volta presa coscienza di quanto fosse sventurata la Cina, con la sua storia piena di vergogna e umiliazioni, avevano agito per la salvezza nazionale della loro gente negletta e sfruttata dalle potenze coloniali, prima, e dagli invasori, poi.
Yong era pervaso da uno spirito patriottico che andava ben al di là dei principi comunisti, anche se molti credevano che i salvatori della Cina sarebbero stati, alla fine, questi ultimi e che avrebbero messo ogni cosa a posto. Si spiegava così l'allontanamento volontario di tanti giovani da Chungking per Yen-an. Ma lui non era comunista, né iscritto al partito. Era solo un giovane patriota idealista, che si prestava affinché la sua gente migliorasse le proprie condizioni di vita. E per fare questo era consapevole che solo l'America poteva aiutarli.

UNA COPPIA

Yong e Stephanie si rincontreranno a causa della donna soccorsa. Grazie ad una banale telefonata di Stephanie all'ospedale per informarsi sulle
condizioni di salute della paziente, Yong aveva colto la palla al balzo e aveva lanciato un invito a cena, pur paralizzato dalla propria sfacciataggine. Voleva vederla e a niente erano servite le spiacevoli riflessioni, dopo l'impulsività del gesto, di dover chiedere un prestito, perché lo stipendio percepito era bassissimo, e certe uscite erano solo dei lussi che lui non poteva permettersi.
Appena si rividero Yong seppe subito di amarla e, pur di ingannare il silenzio, si lanciò in uno sproloquio sulla chirurgia e sulla medicina, che in Cina era ancora così indietro e che lui, sperava, un giorno, di recarsi in America per aggiornarsi sulle nuove tecniche chirurgiche più all'avanguardia.
La serata fu magica per entrambi e lasciò l'inconfondibile segno che presagiva un profondo e radicale cambiamento nelle loro vite, così restarono d'accordo che si sarebbero ancora visti. Poi ognuno si diresse, sognante, verso la propria abitazione. Anzi, Yong continuò
a vagare per la strada come su una nuvoletta che lo teneva sollevato un metro da terra, tanta era l'estasi in cui era precipitato. L'avrebbe rivista, di questo ne era almeno certo.
In effetti, i due giovani si videro ancora fino a dichiararsi e sposarsi, mediante la registrazione del matrimonio nei registri del partito comunista, dopo una lunga serie di traversie passate, da entrambi, a causa della rigidità sospettosa di quest'ultimo.
I due sposi, durante la conquista maoista, si stabilirono a Shangai, la città di lui, e andarono ad abitare nell'antica casa della famiglia Jen, che accolse a braccia aperte la giovane nuora americana, dimostrando una grande apertura mentale. Lì a Shangai, qualche anno dopo, nacque il primo figlio della coppia, Jen Lin, altrimenti detto Tesoro d'Inverno. Anche a Stephanie venne dato un nome cinese, Neve di Primavera, perché, sosteneva Yong, "la neve di primavera era improvvisa e scendeva sui fiori di melo senza distruggerli" (p. 204). Proprio come era Stephanie agli occhi di suo marito. Così, ogni volta che lei si sentiva chiamare in quel modo, veniva sempre pervasa dalla dolcezza dei delicati versi delle antiche poesie composte in quella terra plurimillenaria, che recitavano così:

Sotto la neve di primavera,
tutte le donne sono belle
Il mio cuore è vuoto,
vi
penetrerà la marea…,


restando sempre incantata di fonte alla loro grazia perfetta.

Gli anni a Shanghai non sono però tutti rose e fiori, e Yong sarà perseguitato e arrestato a causa di quella moglie americana.
Anche per Stephanie non sarà facile la vita in quella città: sospettata e criticata apertamente, pur avendo mostrato, in più occasioni, di essere le
ale alla nazione cinese e al partito predominante, vedrà più volte affissi pubblici manifesti sui quali venivano stampate le accuse rivolte contro di lei, dichiarata filo-imperialista a causa del favore temporaneo che l'America accordava al Kuo-ming-tang di Chang Kai-Shek. Siamo negli anni del più duro maccartismo americano e i rapporti trai due paesi sono praticamente inesistenti.
Yong, invece, veniva bollato come cane controrivoluzionario.
Le cose non cambieran
no neppure dopo il trasferimento da Shanghai a Pechino.

Dopo aver goduto di una relativa tregua, durante il cui periodo, Yong lavorava come chirurgo di fama e apportatore di illuminanti innovazioni, nell'ospedale della capitale, mentre Stephanie insegnava letteratura inglese prima all'università, poi in una scuola per stranieri, oltre a tradurre opere dal cinese all'inglese, vista la sua perfetta conoscenza della lingua di quel paese, l'incubo ricominciò.
Un bel giorno, durante la famigerata Rivoluzione Culturale, Yong e Stephanie furono accusati, ancora una volta, mediante i soliti manifesti affissi negli ospedali, nelle università e nelle scuole. Uno di questi contro Stephanie recitava:

LAI NEVE DI PR
IMAVERA, STEPHANIE RYDER AGENTE DELL'IMPERIALISMO CULTURALE AMERICANO.

Questo ennesimo manifesto accusatorio era stato redatto solo per proteggere le menti dei giovani socialisti rivoluzionari dalla corruzione borghese.
Mao aveva esercitato una sottile azione depurante sulle menti di quei giovani che adoravano letteralmente la sua figura. Ed, esattamente al Kuo-ming-tang, aveva continuato a perpetrare il confino, ai controrivoluzionari, in zone remote e prive di comunicazioni. A questo era stato condannato Yong quando Stephanie partì, approfittando del permesso che il partito accordava, agli stranieri residenti, di ritornare nel loro stato d'origine ogni tre anni.
Dopo una gravidanza interrotta al sesto mese, per un aborto spontaneo, la giovane donna era nuovamente incinta di un erede di sangue misto, razza tanto disprezzata ed emarginata. Pregiudizio che neppure lo spirito anticonformistico e rivoluzionario del comunismo era riuscito a cancellare.
Yong non era a conoscenza di questa nuova gravidanza di sua moglie, né Stephanie ebbe mai intenzione di rivelarglielo. Voleva solo andar via da lì, da quel mondo pieno di odio e di sospetto, per parto
rire quella creatura che portava in grembo, in un mondo meno ostile e soffocante. Dopo anni Stephanie era giunta ad odiare le dolcezze seducenti della famiglia di Yong, che si era impadronita del suo primo figlio. Adesso voleva girare alla larga e rivedere i posti dov'era nata e di cui sentiva una struggente nostalgia, mentre riaffiorava quella familiarità dimenticata da tanto.

IN TEXAS
Giunta a Dallas, in Texas, dov'era protetta dalla ricchezza e dalla potenza paterne, Stephanie dovrà fare i conti però con i servizi segreti americani, CIA e FBI, che la tengono d'occhio e la sospettano di collaborazionismo con la Cina rossa. A causa di queste persecuzioni, la giovane donna partorirà una bambina settimina, mentre Yong veniva confinato nel lontano campo di rieducazione di Lingfu, la Città Nuova, promessa del progresso industriale del futuro, in qualità di medico di quell'ospedale, reo di essere un deviazionista di destra. Questa pena gli era stata comminata a causa delle sue idee all'avanguardia, illustrate in un progetto da attuare nell'ospedale di Pechino.
Pur avendo ormai raggiunto una notevole fama nel campo medico-chirurgico, Yong era stato, ancora una volta, accusato d
i spionaggio contro-rivoluzionario a favore di Chang Kai-Shek e bollato filo-imperialista e come deviazionista di destra, quindi confinato a Lingfu, sempre per quella sua moglie straniera.
In questa città la sua fama e la sua bravura gli fecero trovare degli alleati segreti nei giovani medici dell'ospedale, che collaborarono con lui affinché venisse riabilitato.
Infatti, riabilitato, Yong, farà ritorno a Shanghai dove lo attendevano la sua famiglia e suo figlio Tesoro d'Inverno. Stephanie era ancora in Texas. La invitò quindi a tornare perché tutto si era sistemato, ma non aveva ancora letto la sua ultima lettera, nella quale Stephanie gli annunciava di essersi legata, per solitudine, ad un altro uomo, un collega giornalista, il quale la amava da sempre e che era arrivato in Cina molto prima di lei.
Yong, affranto, si confidò con la Madre, la quale ammise, saggiamente che sua nuora era vittima della lontananza e aveva bisogno di un uomo al fianco. Pertanto Yong le offrì il divorzio, che Stephanie non prese mai in considerazione. I contatti epistolari tra i due coniugi, a questo punto, si interromperruppero. Chi si occupò di tenere insieme i fili di questo legame,
da quel momento in poi, fu il loro Tesoro d'Inverno. Fino a quando, nel 1971, appianatisi molti ostacoli tra Cina e Usa, Stephanie riuscì a tornare in oriente per far conoscere la figlia Marylee al padre.
Yong, nel frattempo, perseguitato inconsapevolmente, e segretamente, da un potente personaggio già incontrato, il quale ha tramato contro i due coniugi, per tutta la durata del romanzo, soccomberà, a causa di alcuni sicari, e non assaporerà mai la gioia di vedere quanto quella figlia sconosciuta gli somigli.
Ma, alla fine, giustizia sarà fatta e il bene trionferà.

CENNI BIOBIBLIOGRA
FICI SULL' AUTRICE
Han Suyin è nata il 12-09-1917 a Zhou Guang-Hu (o Chou Kuang-Hu) in una famiglia Hakka, nella provincia dell'Henan, in Cina. La sua famiglia paterna è originaria di Meixian, una provincia del Guandong. La famiglia materna è invece di origine belgo-fiamminga. I
l suo vero nome è Elisabeth Mathilde Comber.
La dottoressa Comber, nome cinese Han Suyin, laureatasi già a Pechino, si trasferì, per proseguire gli studi, a
ll'università di Bruxelles, studiando in francese. Continuò, poi, gli studi scientifici, presso l'università di Londra, dove si laureò e specializzò come medico, professione esercitata, in seguito, nell'ospedale governativo di Hong Kong.
Nel 1938 la scrittrice/medico sposò Tang Pao Huang, ufficiale militare dell'esercito nazionalista cinese e adottò una figlia, Yungmei.
Nel 1947 il marito morì durante un'azione militare nella Guerra Civile Cinese, argomento ampiamente trattato nel romanzo di cui sopra.
Risposatasi nel 1952 con Leon F. Comber, un ufficiale britannico di stanza in Malesia lavorò come medico presso un ospedale malese. Più tardi aprì una clinica a Singapore. Nel frattempo, la dottoressa eurasiatica aveva già iniziato a scrivere i suoi primi best sellers.
Dopo il divorzio da Leon Comber, Han Suyin sposò un colonnello indiano, Vincent Ratnaswamy (morto nel gennaio 2003).
Dopo altre due separazioni, l'autrice si è trasferita a Losanna, in Svizzera, dove vive attualmente.
Han Suyin parla correntemente sei lingue: l'hakka (il ceppo etnico cinese a cui appartiene la famiglia paterna); il mandarino (il cinese ufficiale); il cantonese (lingua prevalente della Cina del sud); il malese, il francese e l'inglese.
Pur conoscendo tutte quelle lingue, questa bravissima scrittrice cino-belga scrive prevalentemente in inglese, anche se alcuni suoi libri sono stati scritti in francese e cinese.
La sua produzione letteraria è suddivisa in tre categorie, separate per tematiche, denominate:
1) autobiografia/storia;
2) fiction (di cui fa parte questo romanzo);
3) saggi socio-politici e altri scritti-testimonianza (molti su Mao).

Nell'opera di Han Suyin il ruolo centrale è svolto sempre dai conflitti culturali e politici tra est e ovest, nella storia moderna. Ma viene esplorata anche la lotta per la liberazione del sud-est asiatico.
In molti dei suoi scritti, ambientati nel periodo coloniale dell'Asia dell'est, durante il XIX e XX secolo, i fatti reali sono brillantemente mescolati con la finzione.
FIN CHE VERRA' IL MATTINO è del 1982 e va, come abbiamo già visto, dal 1939 a ben oltre la Rivoluzione Culturale.
Nel romanzo l'autrice fornisce un'affascinante e dettagliata descrizione delle famiglie di razze miste; dei problemi psicologici connessi a questa razza a parte, tenuta volutamente fuori. In molti modi Han Suyin trae spunto dalla sua esperienza personale, essendo lei stessa mistosangue.
Le professioni dei due protagonisti, inoltre, servono a complicare la vicenda e assomigliano a quella che l'autrice e Ian Morrison vissero, seppure attribuite in modo inverso.
Ma la tematica più importante, che caratterizza la trama del romanzo è la spiegazione, più che esaustiva, dei misteriosi meccanismi psicologici, che hanno guidato perfino l'elite della classe intellettuale cinese ad accettare il comunismo come una parte di sé stessi, di alternativa patriottica altamente morale, al caos e alla corruzione prodotte dal regime nazional-socialista borghese di Chiang Kai-Shek.
(Fonti: la mia mente, la rete e il libro).

IL MIO GIUDIZIO
FIN CHE VERRA' IL MATTINO non è principalmente un romanzo d'amore: la storia di Yong e Stephanie è un pretesto per parlare e rendere noti certi fatti storici vissuti sulla propria pelle dalla scrittrice, che, altrimenti, in occidente non sarebbero noti. Per questo Han Suyin scrive principalmente in inglese e vive esiliata dalla Cina anche a causa della persecuzione politica, in quanto autrice di opere polemiche sull'operato di Mao e Chang Kai Shek.
Pur essendo scritto in modo scorrevole e discorsivo questo romanzo trae in inganno il lettore perchè, sotto l'apparente facilità di lettura, nasconde la denuncia di verità profonde e drammatiche sulla condizione cinese, che, ancora oggi, i governi succedutisi non hanno certo risolto. E Han Suyin, graziata dalla lontananza e dalla fama che la ricopre, ne approfitta abilmente e sapientemente per portarli tutti alla luce. Per questo non so se consigliare a tutti la lettura di questo romanzo come degli altri della scrittrice. Una cosa è però certa: per intraprendere la lettura dei romanzi di questa bravissima scrittrice cino-belga bisogna armarsi di una grande curiosità (che viene ampiamente gratificata) e un grande amore per la storia, soprattutto quella cinese del secolo scorso.

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Mi sembra di fare il minimo se ri-dedico questo post a te, caro Loris, come ho fatto la prima volta che lo pubblicai. Ora è come se tornasse a casa sua.