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sabato 22 marzo 2008

FIGLI DI UN DIO MINORE (libro e film)

Alcuni di voi, cari amici bloggers, suppongo immaginino già il motivo per cui ho scelto di scrivere una recensione, in parallelo, tra libro e film, com'è mio solito fare, ormai, su FIGLI DI UN DIO MINORE, cioè la mia familiarità col mondo dei sordi. Mondo in cui ho lavorato, in un'apposita scuola, di cui ho già parlato in un precedente post.
E' anche noto, ormai, il significato del mio nick name usato in un sito di opinioni on line a cui sono iscritta da alcuni anni, ONDALIS, cioè il nome-segno usato dai sordi per chiamarmi e indicarmi (se non lo ricordate, è chiaramente descritto in SORDITA'). E, anche se attualmente, non lavoro più così da vicino con i sordi, sono sempre potenzialmente disposta a farlo.
Addentriamoci però nell'argomento che qui mi preme.
Ho visto questo film per la prima volta nel 1992, in compagnia di una vicina chiacchierona, presente anche durante la messa in onda di un altro bellissimo film del regista Annaud, L'Amante, ispirato al libro di Marguerite Duras. Per questo, come nel caso de L'Amante, non potetti gustarmi a pieno la bellezza e la profondità di un film come questo, avendo costantemente, nelle orecchie, il chiacchiericcio fastidioso che interrompeva, inopportunamente, la comprensione del film; per cui quando, pochi anni, fa ebbi l'occasione di rivederlo in TV per bene, ne approfittai e lo registrai.
Il film mi interessava maggiormente, in quel periodo, perché stavo frequentando il famoso corso di LIS (Lingua Italiana dei Segni), dove imparavo la lingua dei sordi italiani, visto che, ormai, ero entrata in sintonia con quel mondo e lo comprendevo sufficientemente al punto da essere in grado di cogliere qualche differenza tra la LIS e l'ASL (American Sign Language), la lingua dei segni americana usata nel film Figli di un Dio minore.

Il soggetto di questo FILM è tratto la una piéce teatrale di Mark Medoff, pubblicata anche in un libro (che ho recuperato su ebay), il quale autore ha pure collaborato alla stesura della sceneggiatura, con gli opportuni cambiamenti, forse pretesi dalla regista Randa Haines.
La trama non si discosta molto da quella di una love story a lieto fine, ma la genialità di questo soggetto, che però non ho mai visto rappresentato a teatro, ma che, sono convinta, renda meglio al cinema, sta nell'introdurre lo spettatore ignaro, in un mondo affascinante, quanto sconosciuto, presente nella realtà di ogni nazione, quello della sordità.
Inutile dire che l'America è, attualmente, lo stato portabandiera di questa categoria di disabilità, il meglio organizzato, sul cui territorio è presente l'unica università al mondo nata appositamente per i sordi, la Gallaudet University, dove, chi ha ottenuto dei meriti o una borsa di studio, viene inviato a fare uno stage che arricchirà il suo curriculum, meglio ancora se lo studente in questione sia sordo.
Ho conosciuto, infatti, diverse persone, tra cui anche colleghi di quella scuola menzionata prima, che erano stati premiati andando alla Gallaudet a fare dei corsi di perfezionamento.
La Gallaudet è aperta anche agli udenti adesso, ma devono essere tutti rigorosamente segnanti, a meno che non siano delle importanti personalità come il dottor Oliver Sacks, il quale, pur non conoscendo l'ASL, al momento della visita, fu invitato per svolgere delle ricerche riguardanti il suo campo di studi, la neurologia.
Nel LIBRO come nel FILM, il protagonista maschile, James Leeds, insegnante trentenne, accetta l'incarico in un istituto speciale per soli sordi.
Da lui si pretende che faccia parlare anche i ragazzi più difficili. E di studenti del genere, tutti appartenenti alla tarda adolescenza, James ne ha davvero tanti. Solo che costoro non sono solo sordi, sono anche indisponenti e provocatori. A lezione fanno tutto fuori che eseguire le consegne del nuovo insegnante. Si rifiutano, ad es., di parlare, si rifiutano di fargli capire se conoscano o meno la lettura labiale. Si radono perfino la barba in classe, tanto se ne infischiano.
Ma James è un osso duro e ha, a suo favore, un passato piuttosto difficile, costellato dalle esperienze più varie e più incredibili, per cui, grazie ai suoi metodi innovativi e non proprio ortodossi, riesce dove molti altri hanno fallito: far parlare gli studenti più riottosi. E' divertente vedere, infatti, le scene in cui James istruisce i suoi difficili allievi insegnando loro a dire parolacce e chiamare 'faccia di culo' il direttore, che, ovviamente, sentirà questa esclamazione a lui rivolta. O quando, giocando col pallone insieme a costoro, istruirà a dovere uno di questi insegnandogli a chiamarlo: 'faccia di merda', o si divertirà maggiormente nel momento in cui lo stesso ragazzo ha ampliato il proprio linguaggio vocale, aggiungendo al suo vocabolario un nuovo insulto diretto all'amato docente: 'coglione'.
James sarà talmente abile nel suo lavoro da riuscire perfino ad allestire uno spettacolo con tanto di musica e danze, durante cui, i suoi studenti balleranno e canteranno, mimando con le labbra, le parole per seguire le vibrazioni del ritmo che anche loro sentono.

Con Sarah è un'altra faccenda.
Sarah è lì da tanti anni. Ha, nel film, 25 anni (26 nel libro) e fa la donna di pulizie nella stessa scuola. Da subito mostra di essere un peperino, un caratterino poco malleabile e docile al tatto. James la nota, per la prima volta, durante il pranzo in mensa, mentre manda a quel paese il cuoco della scuola e, letteralmente, questa volta, all'aria le pentole pulite poste lì vicino.
Sarah Norman è una ragazza bellissima, ex allieva dell'istituto, tra i migliori allievi di tutti i tempi e con un quoziente intellettivo altissimo. Vive e lavora lì. Le piace il suo lavoro perché la fa sentire utile e indipendente dal mondo degli udenti.
Non vede sua madre da otto anni, né ha intenzione di rifarsi viva con lei.
Suo padre è andato via di casa quando lei aveva cinque anni, poco prima che entrasse in quell'istituto, lasciando sola la moglie e le due figlie, perché non riusciva ad accettare l'idea di essere padre di quella bambina diversa e imperfetta e il suo senso di impotenza, unito ad una incolmabile frustrazione, lo aveva portato al gesto estremo di abbandonare la famiglia.
Sarah, dopo vari tentativi di imparare a parlare emettendo, a detta di sua madre, "solo suoni orribili", rinuncia del tutto, chiudendosi in un duro e inscalfibile isolamento, per evitare di essere ferita ancora, da adulta.
Con James non è amore a prima vista. Tutt'altro. I due si scontreranno molte volte perchè lei non vuole cedere all'attrazione che sente nascere per quell'insolito insegnante, che vuole a tutti i costi far parlare ogni sordo di quell'istituto. Sarà dopo reiterati tentativi, da parte di James, che la ragazza cederà ai sentimenti e all'irresistibile vitalità di lui.
Conviventi dopo un po', Sarah lascerà il suo lavoro, ma, ben presto, pur sentendosi appagata dalla nuova vita che conduce, sentirà l'esigenza di voler dimostrare (a sé stessa e agli altri), che anche lei vale qualcosa, sia pure con la sua sordità. La giovane donna si renderà finalmente conto che, pur amando profondamente James, dipenderà sempre da lui, il quale sarà costretto a fare sempre da mediatore e interprete tra lei e il mondo degli udenti, tagliandola nettamente fuori, anche se in un modo più in sordina. E' la crisi.
Dopo un party tra molti sordi e pochi udenti, dove è presente anche lui, scoppia una lite tra la coppia che, una volta a casa, indurrà James ad urlarle tutta la rabbia che porta dentro contro l'ostinata decisione di lei di non parlare.
Sarah aveva preso definitivamente questa decisione in seguito ad un'esperienza scioccante, avvenuta grazie alla sorella maggiore.
Da adolescente, durante le vacanze passate a casa fino ai 18 anni, per dimostrare agli amici della sorella che anche una ragazza sorda era capace di fare ciò che fa un'udente, e forse anche meglio, aveva accettato di sottomettersi ad un sordido gioco. Notando che quei ragazzi erano sensibili alla sua bellezza fisica, aveva accettato di avere rapporti con tutti loro, mentre sua sorella organizzava gli incontri, inviando nella sua stanza, uno alla volta, tutti gli amici che si preoccupavano solo di prendere ciò che volevano, senza neanche pensare di chiederle se volesse una coca-cola.
Durante la lite, Sarah proverà a parlare a James urlando il suo dolore e, di fronte allo sguardo orripilato di lui, scapperà via, lasciandolo solo.
Dopo svariati tentativi, da parte di lui, per rivederla e parlarle, per spiegarsi e chiarirsi, tutti caduti nel vuoto, una sera ci riuscirà e, finalmente, il lieto fine accontenterà tutti.

Credo che questa trasposizione cinematografica renda giustizia alla bellezza ed unicità del nobile soggetto affrontato da Medoff, così singolare, ma anche così inesplorato: il mondo della sordità, un mondo così affascinante, ma al contempo, così difficile da penetrare.

IL LIBRO
Diamo ora uno sguardo al libro, cioè il testo della pièce teatrale, di grande successo, dall'omonimo titolo, Children of a lesser God, scritta da Mark Medoff.
Leggere questo testo, dopo aver visto un film così ben fatto e cambiato in diversi punti, a dire il vero, è stata per me una delusione.
Pur essendo scritto bene e in maniera scorrevole, non rende giustizia alla profondità dei personaggi. Ecco perché ho maggiormente apprezzato l'eccezionale bravura di William Hurt, che, perfezionista come il collega De Niro, ha imparato, per l'occasione, la lingua dei segni americana (ASL), pur di girare quel film e rendere più credibile il suo personaggio.
Anche l'interpretazione di Marlee Matlin, l'attrice sorda che ha interpretato Sarah, è superlativa, perché, pur essendo abituata a lavorare per la cinematografia per soli audiolesi, ha reso perfettamente comprensibile al pubblico udente, non abituato a questo tipo di recitazione, il suo tormentato personaggio. Non per niente, questa sua prima interpretazione cinematografica le ha valso l'Oscar come miglior attrice protagonista nel 1986.
Questi due bravissimi attori, Hurt e Matlin, durante la lavorazione del film, parallelamente alla storia della sceneggiatura, intrecciarono una storia che sfociò in un matrimonio durato però soli quattro anni, rendendo, grazie a questo elemento, a mio parere, la loro interpretazione ancor più magistrale.
Certo, anche William Hurt era degno di un secondo Oscar (che aveva già ottenuto per la sua precedente interpretazione, Il bacio della donna Ragno), vista l'abilità- di certo non pregressa -, del suo segnare e parlare contemporaneamente, a beneficio della macchina da presa e del pubblico udente.
Ma se Hurt non fu ricompensato per il suo ruolo alquanto complesso, oltre ad esserlo la Matlin con l'Oscar, lo fu anche la regista statunitense Randa Haines, consolidatasi, prima di questo lungometraggio, in regie televisive di successo. Infatti, lo stesso anno della realizzazione di FIGLI DI UN DIO MINORE, vinse l'Orso d'oro al Festival del Cinema di Berlino.
La realizzazione del film, scrivevo prima, approfondisce meglio il contesto scenico rispetto al testo teatrale, pubblicato nel libro, che io considero piuttosto povero e poco appropriato.
Il tema della sordità non viene, inoltre, sviluppato da Medoff, ma solo sfiorato, appena abbozzato, mai veramente discusso. E', a mio avviso, tutto molto vago.
Ci sono poi, nel libro, dei personaggi chiave che nel film non esistono proprio (così come delle intere scene, create radicalmente ex novo dalla regista), tranne quello di Orin, appena abbozzato nella pellicola, mentre nel libro resta una figura piuttosto importante, poichè rappresenta colui che vuole convincere Sarah, in maniera subdola, a rompere con James, perché udente, tanto - è convinto -, è una storia che non può funzionare. Orin è un attivo difensore dei diritti dei sordi, pertanto cercherà di coinvolgere l'amica in qualsiasi modo. E sarà questa la goccia che farà traboccare il vaso, nel libro, perché renderà a Sarah evidenti i suoi sensi di inferiorità, mettendo in serio pericolo il menàge con James, divenuto ben presto suo marito, al contrario del film in cui i due convivono solamente.

CONSIDERAZIONI PERSONALI
Il merito, secondo il mio parere, va più alla regista, Randa Haines, che a Mark Medoff, pur drammaturgo di successo, oltre che direttore del Dipartimento di Teatro della New Mexico University, e autore del soggetto, perché con un tale film ben fatto e ben descrivente il mondo, i progressi e i regressi dei sordi, la Haines ha posto al centro dell'attenzione, una forma di disabilità, il deficit uditivo, molto poco considerato e conosciuto dal vasto pubblico. E, col trasformare in pellicola cinematografica la piéce teatrale di Medoff, la regista ha sottoposto anche un po' forzatamente, a mio avviso, all'attenzione del pubblico più distratto, il problema della sordità, che necessita ancora di tante attenzioni e approfondimenti, da parte dei cosiddetti individui normali udenti, per non parlare poi delle strutture e di chi ne è a capo.


La LINGUA DEI SEGNI usata da Marlee Matlin nel film, nata udente e divenuta sorda a 18 mesi, è la già nominata ASL. L'attrice conosce però anche il labiale. Era solo per esigenze di copione che nel film faceva credere di non essere capace di leggerlo.
Nel testo di Medoff, viene chiarito nell'introduzione, che Sarah usa l'ASL durante la recitazione, ma che esiste anche un'altra lingua dei segni, il SIGNED ENGLISH (l'Inglese Segnato). Entrambe queste forme di lingua dei segni esistono in tutte le lingue parlate. La differenza tra ASL e S.I., continua l'autore, sta nel fatto che l'ASL è molto più concettuale e descrittiva che grammaticale; mentre la S.I. utilizza una tecnica che segna parola per parola. In Italia la corrispondente si chiama Italiano Segnato Esatto, mentre la LIS è la corrispondente dell'ASL. Di ciò ho parlato ampiamente nell'apposita opinione riguardante la sordità e che invito a leggere, casomai ci fosse qualcuno che volesse approfondire l'argomento in maniera più adeguata.
Rimandandovi all'altra mia opinione e avendo esaurito ciò che avevo da dire, non mi resta che augurarvi buona lettura e buona visione a tutti.

SCHEDA DEL FILM
Titolo originale: Children of a lesser God, USA, 1986
Casa produttrice: Paramount Pictures
Durata: 114 minuti
Genere: drammatico per tutti
Regia: Randa Haines
Sceneggaiatura: Hesper Anderson e Mark Medoff
Attori principali: William Hurt, Marlee Matlin, Piper Laurie, Philip Bosco, ecc.

25 commenti:

  1. i miei migliori auguri di Buona Pasqua!

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  2. Il libro non l'ho letto,ma il film l'ho visto,molto bello.
    Auguroni di buona Pasqua,vado a lavorare....

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  3. che bello questo film........Auguroni di una serena e felice Pasqua!
    Un abbraccio. Maddy.

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  4. tanti auguri di buona Pasqua. ciao

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  5. auguri di buona pasqua!!! ciaoo

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  6. < Ciao Loris, mi puoi dire come hai fatto per eliminare quel dialer di cui si diceva qualche settimana fa, per favore? Grazie, mandini >..dio bono..se non mi ricordo nemmeno cos'ho fatto ieri..., ...se parli dwei commenti spam.. clicca il titolo del post...entra e vai nei commenti...ci dovrebbe essere un'icona a forma di cestino...clicca...e vedi cosa e dove e come eliminare definitivamente quel commento sgradito... , ..ora non so spiegarmi meglio...spero che basti così... , ..mandi mandi ...Loris...

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  7. " un dialer MacroAV"...Lena , sei la prima che mi lascia questo commento...io non sapevo nulla , perchè nessuno fino a questo momento me lo aveva fatto notare...non è che per caso è il tuo computer che da qualche problema ??? Io altro non so dire e non so cosa fare.
    Buona serata....domani si ritorna al lavoro :(( stavo cosi' bene a casa !!! ^____^

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  8. Ciao Lena, come va?
    Passate bene le vacanze?
    Io devo smaltire qualche chiletto messo su con casatiello, colombe varie e cioccolato!
    Buona serata e a presto.
    Maddy.

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  9. Interessante, del film ne ho sentito parlare ma mai visto ^__^
    Ti auguro una buona serata :)

    Il Paradiso Dei Dannati
    http://paradisodeidannati.blogspot.com

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    1. Lettera a Giulia (2011)

      La vita è poesia, la poesia è musica e la musica è vita. La prima volta che venni operato a Venezia per otosclerosi bilaterale, mi sostituirono la staffa dell’orecchio interno destro microchirurgicamente. Paura? Cara Giulia, caro angioletto, ti sono vicino. La prima cosa che riudii dopo tanto silenzio fu il rumore di una pioggia d’agosto, mentre intravedevo, da quella finestra d’ospedale, un bel chiostro. Più volte sono tornato in quei paraggi non di lungi dalla fermata del vaporetto, anche per riosservare la stele del doge Vendramino, oppure per visitar l’Arsenale. E quello specchio di laguna, che volge a Oriente, in principio, era dove si svolgeva lo Sposalizio col mare. Tutti conoscono: do, re, mi, fa, sol, la, si, (do), la scala di do maggiore. Nel mio piccolo, cos’altro posso io trasmetterti di utile? Forse a costruire “papiri” col regolo musicale di mia invenzione! Armati di colla, di carta, di forbici, e magari di una fotocopiatrice per la matrice: parrà gioco che spazientisce, ma ti assicuro, o certosina, che il gioco vale la candela. Purtroppo, essendo un gioco matematico non lo posso brevettare, benché con un buon computer le sue applicazioni siano innumerevoli.

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    2. Non son io il poeta A. Rimbaud di colorate vocali, benché se ne possano trascrivere ben sette, anziché le sole cinque di giochini pentafonici (tipo motivo tedesco di Inno alla Gioia composto di sole cinque note, e probabile gioco d’origine celtica): i, é, è, a, ò, ό, u. E tante quante quelle della frase: “In bellezza corro giù”. Ora, prendi nota della sequenza di “quinte” alternate: si, mi, la, re, sol, do, fa. Se la trascrivi su quadrettata colonnina verticale di quadernone, per cinque volte di seguito, a essa puoi aggiungere tutta la gamma di bemolli (b), di doppi bemolli (bb), da un lato ascendente, e di diesis (#), di doppi diesis (x), in quello discendente, tanto da ottenere ben trentacinque note accidentate e non, sulla stessa colonnina del regolo. Per intenderci: six, mix, lax, rex, solx, dox, fax, si#, mi#, la#, re#, sol#, do#, fa#, si, mi, la, re, sol, do, fa, sib, mib, lab, reb, solb, dob, fab, sibb, mibb, labb, rebb, solbb, dobb, fabb; non facendo altro che innalzare di un semitono (diesis) o abbassare di un semitono (bemolle) la sequenza di quinte indicata e di innalzarla ulteriormente di un tono (doppio diesis) o di abbassarla di un tono (doppio bemolle).

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    3. Ti chiederai il perché dei doppi diesis/bemolli, ma, se volessi tu costruire tutti gli accordi di settima diminuita come questo: do.mib.solb.sibb, come farai mai? Ora, se disponi di dodici colonnine così ordinate, le ritagli verticalmente e le muovi su e giù componendo in orizzontale una qualsiasi scala musicale [ad esempio, l’armonica minore la, sol#, fa, mi, re, do, si, (la), oppure l’armonica maggiore: do, re, mi, fa, sol, lab, si, (do)], ti accorgerai che parallelamente a tale costruita scala vi compaiono tutte le altre adiacenti che per struttura hanno le stesse distanze di un semitono o di un tono o di tre mezzi di tono. Tale giochino di ridistribuzione matematica delle note, forse un giorno, ti servirà per approfondire accordi musicali, tra i quali

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    4. “do. mib. sol. sib. re. fa#. la”, accordo di tredicesima minore, che in vero è costituito da tre accordi di quinta: (do. mib. sol), (sol. sib. re) e (re. fa#. la), oppure due accordi di settima: (do. mib. sol. sib) e (sib. re. fa#. la). E, costruito tale accordo in orizzontale con le colonnine del mio regolo musicale, noterai che vi è un altro accordo, e questa volta “maggiore” rispetto al do tredicesima minore, che sul “papiro” procede in diagonale dal basso a destra verso l’alto a sinistra, passando sulla “settima”: il si bemolle.

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    5. Tale accordo è “do. mi. sol. sib. re. fa. la”. Il giochino lo puoi fare anche al contrario: dato in orizzontale l’accordo minore, in diagonale ti torna il maggiore. E tu dirai: ma ne sei così sicuro che essi siano i rispettivi maggiore e minore? Risposta: può essere dimostrato abbastanza difficilmente, tenendo presente che le scale, come del resto gli accordi costruiti su di esse, si incastrano le une nelle altre a partire da una quinta successiva: e qui, per illuminarti, non ti lascio un complicato diagramma 22x22, ma ti indico che dovresti far in modo che una funzione giustifichi l’altra, mettendo in verticale la sequenza [B]. Bb. A. G#. [G#]. F#. F. [E]. D#. D. C#. [C]. B. A#. [A]. G#. G.. [F#]. E#. E. D#. [D] e in orizzontale [D]. Eb. E. [F]. F#. G. G#. [A]. Bb. B. [C]. C#. D. D#. [E]. F. F#. G. [G#]. A. A#. [B].

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    6. Tutto ha origine da [D] ed esso riflette delle armonie di cui parlo, dimostrando che per l’accordo maggiore di tredicesima in re ne esiste solo uno corrispondente di tredicesima minore: nella prima colonna verticale a sinistra c’è D 13 (major), cioè D. F#. A. C. E. G. B, e per quinte discendenti tu incontrerai sib, fa, do, sol, re; nella colonna orizzontale più in basso c’è D 13 m (minor), e cioè D. F. A. C. E. G#. B, e per quinte ascendenti tu incontrerai re, la, mi, si. Certo, un aiutino te lo darei, ma voglio essere alquanto sibillino: ti dico soltanto che a quel diagramma si incastra benissimo un altro da me già dedicato a tua cugina Yoshino nel morso corrosivo di una notte insonne. Naturalmente, D=re, E=mi, F=fa, G=sol, eccetera, nella notazione inglese. Dell’accordo musicale su citato in C 13 (do-mi) è un intervallo di terza, (do-sol) di quinta, (do-sib) di settima, (do-re) di nona, (do-fa) di undicesima, (do-la) di tredicesima. Inoltre, [do.mi] un accordo di terza, [do.mi.sol] di quinta, [do.mi.sol.sib] di settima, via via dicendo fino a quello sopra di tredicesima.

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    7. Le colonnine del “papiro” le puoi sempre ritagliare e incollare, utilizzandoci dietro anche lo scotch-carta dei falegnami, e questo per visualizzarne lo spettro nel suo insieme e per cerchiare le note più interessanti con un evidenziatore. Non immagini quanto ci abbia sudato dietro, io che il destino avrebbe voluto vedere sordo. E non solo questo. Nella vita si passano tante cose: si possono perdere mogli e buoi, ma la dignità di un uomo è quella che più conta al tuo paese. L’amore è come un’equazione che va divisa per due, diceva un poeta bergamasco; talvolta l’anima è un caro nome odiato dal destino. Visto che non sei ancora grande non capirai molto le mie parole, ma un giorno la maturità ti porterà a cercare di scoprire i misteri della vita. E ti chiederai tante cose. Ti chiederai persino il perché si insegnino e s’imparino a scuola certe nozioni base, e ogni anno scolastico le si riprendano d’accapo e le si approfondiscano meglio. Un giorno, poi, vorrai dire la tua sul mondo, lasciare qualcosa di tuo, un po’ come ho fatto io con qualche libricino non proprio emozionante.

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    8. E, se continuerai sulla via del canto, ti potresti anche chiedere che note musicali figurano tra quelle di una qualsiasi scala di 7 + 1 data. Per la tua gioia, pertanto, accenniamo soltanto alle scale diatoniche minori, un nome che sa di bizzarro. Prendiamo in esame re minore naturale (le sue note leggile tra parentesi nella sottostante sfilza di dodici più una): (re). do#. (do). si. (sib). (la). sol#. (sol). fa#. (fa). (mi). mib. (re). E in esame anche re melodica minore, tanto non cambia granché la solita sfilza: (re). (do#). do. (si). sib. (la). sol#. (sol). fa#. (fa). (mi). mib. (re). Come puoi ben vedere la scala minore è discendente. In quella sfilza di note c’è un sol#. Se ci fosse invece il lab, nota dal suono omofono al pianoforte ma non al violino, quando la scala ascende? Osserva un attimo la diatonica di do maggiore (tra parentesi le solite note base): (do). do#. (re). re#. (mi). (fa). fa#. (sol). sol#. (la). sib. (si). (do) ascendendo.

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    9. E discendendo, ivi comprese quelle intercalari: (do). (si). sib. (la). lab. (sol). fa#. (fa). (mi). mib. (re). reb. (do). Le scale diatoniche minori sono uguali a se stesse sia nell’ascendere che nel discendere, le maggiori no. Ma c’è un particolare modo di alterare leggermente questa funzione matematica. Ho ideato una mia scala minore in re. Ciò che fa la differenza armonica è un lab in ascendere e un sol# nel discendere. Ho tenuto conto di questo paradigma: (do#.re.mib) ripetuto a diversa altezza. E nell’ascendere essa è [re. mib. mi. fa. fa#. sol. (lab). la. sib. si. do. do#. re]. Se la osservi meglio constaterai che è impropria, perché fa parte di due diatoniche minori: do/sol minore, dove il do e il reb nel registro basso non ci sono più. Difatti, se tu prendessi un foglio quadrettato e ci scrivessi in scala le diatoniche che, col mio regolo, ricavi da quella in do, ti accorgeresti che esse si inanellano le une alle altre, come una catenella: del do maggiore fa parte anche il sol maggiore a partire da una quinta, il sol stesso; del sol il re, del re il la, e via via dicendo.

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    10. Non ci credi, vero? Ma perché ho fatto ciò? Il lab non è un armonico sol#, però può essere utile in certe circostanze di composizione per uno strumento ad arco, come il violino. La suddetta è [re. do#. do. si. sib. la. (sol#). sol. fa#. fa. mi. mib. re] nel discendere. Questa è una mia trovata! Però, intanto tu studia corrette cose: quando sarai un po’ più esperta, prova a rivoluzionare un po’ le cose. Ora, osserva la scala ascendente e discendente della diatonica minore in re con il mio regolo e dimmi, se l’algebra non ti fa tentennare, a che altezza rintracci la scala cromatica coi “b” della dodecafonia (per intenderci: si, sib, la, lab, sol, solb, fa, mi, mib, re, reb, do. È quella stessa individuata dai tasti bianconeri del pianoforte, strumento più evoluto del clavicembalo). Su, componila in orizzontale e parallelamente a essa troverai quella cromatica coi “#”. Con il regolo scoprirai, un giorno, persino relazioni proibite: l’accordo in sol siglato G 13/7+ (dove 7+ è una settima aumentata e l’accordo di tredicesima istessa è fruibile soltanto da grande orchestra) è maggiore rispetto a G m13/7+/11+ (che lungo nome!) e G m13/ 7/5- /11+ minore rispetto a G 13/9-. Ma stranamente G 13/11+ è bifronte, cioè incrocia se stesso sul settimo grado nel regolo. Come l’antico dio romano Giano, ciò presiede a due porte dell’urbe, della città ideale: è collegato alla tredicesima minore, facendo le veci dell’accordo maggiore nel Blues. Ma non lo è, a mio dire, quello maggiore, e di funzioni Giano ne esistono molte altre.

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    11. Per intenderci: G 13/7+ è (sol. si. re. fa#. la. do. mi) e G m13/ 7+/ 11+ è (sol. sib. re. fa#. la. do#. mi), mentre G m13/ 7/5-/11+ è (sol. sib. reb. fa. la. do#. mi) e G 13/ 9- è (sol. si. re. fa. lab. do. mi). Dunque, si individuano due gruppi maggiore e minore: Alfa e Beta. E un terzo, Gamma, di cui G 13/11+, ossia (sol. si. re. fa. la. do#. mi), è il famoso Giano. Naturalmente esiste il gruppo Delta, dove G 13 (sol. si. re. fa. la. do. mi) è maggiore rispetto a G m13 (sol. sib. re. fa. la. do#. mi). Dice koan zen: “Che fine fanno i buchi quando il formaggio è finito?”. Se una groviera la diatonica re minore su citata, forse, con qualche ruttino, un topolino risponderebbe così: “re, do#, si, la, sol, fa, mib, (re)”, mentre geisha suona il koto, nella sera, sognando che ritorni il suo amato dal lontano castello di Ninjo, quello dello shogun di Kyoto. Tale scala eudorica minore (“eu” vuol dire buono, “dorica” perché gli antichi greci ne suonavano una che è la stessa ma senza gli accidenti # e b; quando finisce tu dici che non si “posa” bene: quel re la rende instabile, mancando appunto i #/b) è nota nel Giappone dei sette samurai. Tolto quel re “a capo e coda” si sconfina nell’esatonale di Debussy, poiché tra do# e si, tra si e la, tra la e sol, tra sol e fa, tra fa e mib, tra mib e do#, c’è la distanza di un solo tono. Per concludere questa lettera, ti dirò qualcos’altro di interessante, poiché per me la musica è tutto un cosmo da quando ho cantato il gregoriano, prima di diventare a poco a poco sordo: il la minore naturale ha come relative il re minore col sib e il mi minore col fa#. La melodica minore in sol ha già sia il sib che il fa# nella sua struttura originale di scala artificiale. Analogamente, la scala eudorica minore in re, sopra accennatati, contiene sia il do# che il mib delle scale più attigue a quella in sol melodica minore. Il la minore naturale (Juste), il re minore eudorico (Cargo) e il sol melodica minore (Mild), tutti compositi di due semi-toni e di cinque toni, io li considero scale base di sistema a se stante. Ora, nei panni di un detective famoso come Hercule Poirot, personaggio letterario di Agatha Christie, non intuisci già un bel giochino di relazioni che ben si modulano assieme come i giri-motore d’una Bentley? Si possono fare tanti accordi spuri, per esempio, fondendo quelle scale minori tutte insieme, come fossero linee melodiche di trio, ma non voglio privarti del piacere della scoperta. Nulla più ho da ripeterti che la vita è poesia, la poesia è musica, la musica è vita. Apprezzane il valore. Va’ dove ti porta il cuore. Ricordati di me ogni tanto.

      Lo zio F.M.G.

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    12. Scusa zio F.M.G., ma che significano tutti questi post sulla musica?

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  10. Il film l'ho visto...Bellissimo!!!
    Mi incuriosisce il libro...
    A presto ;-)

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  11. La ringrazio per Blog intiresny

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