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lunedì 26 maggio 2008

Addio, mia concubina (libro e film)

Pochi sanno che questo bellissimo FILM è tratto da un ROMANZO del 1985, scritto da Lilian Lee, edito in Italia solo nel 1993, probabilmente in contemporanea all'uscita del film, dal titolo originale, in inglese, Farewell to my concubine, in italiano tradotto come Addio, mia concubina.
La prima volta che mi capitò di vedere il FILM fu nel maggio 2004 e restai talmente affascinata che, apprendendo dai titoli che era tratto da un libro, mi affrettai subito a comperarlo.
In libreria, come prevedevasi, non lo trovai, neanche come fondo di magazzino: era troppo vecchio essendo stato p
ubblicato 11 anni prima. Così spulciando in internet, tramite una bella e fornitissima libreria di Roma di nuovo e usato, la libreria Tara, trovai ciò che cercavo e in men che non si dica ricevetti il libro (ed. Frassinelli) in edizione originale, usata ma in ottimo stato. Si vede qui al lato, nonostante il flash abbagliante.
Naturalmente, come per Vivere!, prima di dare un giudizio globale ho aspettato di leggere il libro e, una volta fatto (e riguardato il film), mi sono finalmente decisa a scrivere la recensione riguardante entrambe le rappresentazioni di Addio, mia concubi
na.
Ma partiamo dal FILM.

Addio, mia concubina ha partecipato nel 1993 al Festival del cinema di Cannes vincendo, ex aequo, la Palma d'oro con un altro film della regista inglese Jane Campion, Lezioni di piano.
Se Lezioni di piano ha avuto una sfolgorante distribuzione, grazie al lancio internazionale della Croisette, il destino distributivo di Addio, mia concubina è stato invece lento e difficoltoso, quasi non meritass
e il premio ricevuto, ed è uscito in sordina, sul mercato italiano, diffondendosi solo grazie alla "forza della propria preziosità stilistica e dall'ambiguità di una tematica sofferta, nella complessità delle dinamiche private e politiche della Cina del XX secolo". (Ezio Leoni)

Il FILM abbraccia mezzo secolo di storia cinese, esattamente dal 1925 al 1977. E', teoricamente, la rievocazione della grandezza e della miseria dell'Opera di Pechino. Ma questa grande forma di teatro, a noi occidentali quasi del tutto sconosciuta, fa solo da sfondo alla vicenda dei due protagonisti e alla loro storia d'amore e d'amicizia.
Ma procediamo con ordine.

L'INCIPIT del FILM è quello di un' allegra rappresentazione, in piazza, dei ragazzi della scuola dell'Opera di Pechino, gli aspiranti attori "adottati" dal maestro Guan.

Siamo nel 1925.
Una donna e un bambino si aggirano tra la folla, ma visibilmente senza a
vere l'intenzione di seguire lo spettacolo.
Più tardi la stessa donna presenterà al maestro Guan il bambino, suo figlio Douzi, di 9 anni. Lo vuole affidare a lui perchè ne faccia un attore e abbia un futuro assicurato e un post
o dove vivere. Lei è una prostituta e, pur essendo in grado di mantenerlo, non può tenerlo perchè è un maschio. Se fosse stato una femmina il futuro era assicurato.
Quando maestro Guan squadra il bambino, ciò che vede gli piace. Douzi è, infatti, un bambino snello dai lineamenti molto fini e dall'incarnato delicato. Ottimo per le parti da dan (femminili).
Ma arrivato all'osservazione delle mani, il piccolo si rifiuta di tirar fuori la mano destra e quando il maestro lo obbliga, rabbrividisce: il bambino ha sei dita. Così lo rifiuta e manda via lui e la madre.
La donna, disperata, non si dà subito per vinta, e afferrato il grosso coltello di un artigiano presente nei paraggi, non esita a tagliare l'ostacolo che si oppone al figlio di essere accettato in quella scuola: il sesto dito.
Ripres
entandolo a maestro Guan con la mano fasciata, la donna firma, o meglio, fa una croce sul contratto e cede suo figlio alla scuola dell'Opera di Pechino.

Per tradizione, fino agli anni 50-60 (precisamente con l'avvento del maoismo) questi istituti erano tutti maschili; le parti femminili venivano interpretate sempre da attori travestiti da donna.
L'esperienza nella scuola dell'Opera di Pechino è fatta di disciplina dura e di punizioni corporali umilianti. Pur non imparando a leggere e scrivere, gli aspiranti attori devono subire l'indottrinamento culturale sui rigorosi riti teatrali e sulla simbiosi dei ruoli che interpreteranno e in cui, man mano, identificheranno la propria personalità.
A Douzi, così delicato e dai lineamenti gentili, era più che scontato c
he venissero affidati ruoli femminili. A Shitou, l'altro protagonista, di tre anni maggiore di Douzi (ne aveva 12), già più robusto e sviluppato, sembrano congeniali i ruoli dei grandi personaggi maschili. E quale opera migliore di Addio, mia concubina poteva essere loro più congeniale?
E' necessario qui aprire una parentesi sull'opera in questione. Addio, mia concubina è una reale opera della drammaturgia classica cinese, uno dei testi più affascinanti e amati. In passato venivano tramandati più oralmente che scritti da un vero autore; finchè un grande attore come Mei Lanfang (1894-1961), il più noto interprete di ruoli dan (i personaggi femminili dell'Opera di Pechino), non ha riscritto il dramma a modo suo, attingendo direttamente dalla lunga esperienza personale, oltre che muovendosi lungo la debole linea di confine che dovrebbe, teoricamente, separare teatro e vita, nel perc
orso umano e artistico.
C'è, nel testo di Mei Lanfang, l'approccio biografi
co, forse quello che meglio si adatta alla contestualizzazione e all' avvicinamento della riscrittura del testo del dramma, impreziosita, perchè è una versione, questa, arricchita dall'esperienza personale di interprete dan.
E', forse, a Mei Lanfang che ha pensato Lilian Lee, quando ha scritto il suo romanzo, trasferendolo però sul personaggio di Douzi, più lirico e patetico.
Ma ritorniamo al FILM.
Eravamo rimasti all'infanzia, o meglio, ai primi anni di scuola teatrale di Douzi e Shitou.
Come in ogni grande ambiente, popolato da tante persone, come, in questo caso, la scuola di maestro Guan, di tanti ragazzi, l'ultimo arrivato fa le spese per tutti e viene un pò tenuto alla larga o preso di mira per piccoli dispettucci ecc. Accade proprio qu
esto al piccolo Douzi, quando si troverà di fronte a tutti quei ragazzini scatenati. Solo uno, un pò più grandicello, Shitou, lo stesso che aveva visto esibirsi in piazza quando era ancora in compagnia della mamma, prenderà le sue parti e lo difenderà dagli altri, prendendolo sotto la sua ala protettiva e guidandolo nelle cose a lui ancora sconosciute. E' con Shitou che stringerà un rapporto dal confine mai molto chiaro. Se sarà più fraterno o più amoroso non si capirà, né lo capirà mai lo stesso Douzi.
Il tempo passa e i due protagonisti, ormai ancorati ai loro personaggi dell'imperatore Xiao Yu e della sua fedele concubina Yu Ji, cambieranno anche nomi. Shitou diventerà Duang Xiaolou (Zhang Fengyi) e Douzi, Cheng Dieyi (Leslie Cheung).
La loro trionfale carriera va avanti anche con l'inasprirsi dell'invasione giapponese, fino a q
uando Xiaolou non sposerà la prostituta Juxian.

Dieyi prenderà male la notizia dell'intrusione della donna nel suo rapporto col collega. Juxian, invece, superato il primo impatto e resasi presto conto dell'ostilità dell'amico fraterno del marito, innalzerà anch'essa le difese.

Il FILM continua con diversi colpi di scena, che sono, in parte, affrontati nella delineazione delle figure dei protagonisti descritti qui di seguito.
Per non rovinare la sorpresa e il gusto di vedere e godere questo splendido film, basterà dire solo che i due protagonisti maschili, dopo essersi separati e tornati insiem
e più volte, saranno allontanati forzatamente e per sempre, durante la Rivouzione Culturale.
Molti anni dopo, riabilitati, verranno invitati dal governo, a fare una rappresentazione privata del loro cavallo di battaglia, Addio, mia conc
ubina.
Dieyi coglierà quell'occasione per realizzare il suo sublime sogno e più grande desiderio: morire come la concubina Yu Ji, sotto gli occhi del suo amato signore.

LA FIGURA DI DIEYI-DOUZI E DI SHITOU-XIAOLOU NEL LIBRO E NEL FILM.
Nel FILM come nel LIBRO, Douzi-Dieyi non nasce già con tendenze omosessuali. Tutt'altro. E' un'imposizione voluta dall'esterno che lo ha quasi convinto di esserlo, oltre alle
circostanze. Poichè sia da bambino che da uomo conserverà sempre una delicatezza quasi femminea, il maestro Guan, con occhio da esperto intenditore, lo destina, sin da piccolo, a ruoli femminili. E sarà dura, per il piccolo Douzi, la lotta per convincersi di essere una fanciulla invece che un fanciullo: per interpretare alla perfezione una parte bisognava, secondo gli insegnamenti più classici, entrare nel personaggio e/o identificarsi con esso. E se a Douzi era capitata la sorte di interpretare ruoli femminili, di conseguenza, doveva entrare nella parte della fanciulla. E' da lì che confonderà per sempre la netta linea di demarcazione tra maschile e femminile e vedrà Shitou-Xiaolou, che sin dal primo momento si è elevato a suo strenuo difensore contro gli scherzi crudeli degli altri compagni, come il suo idolo protettore, suo padre e sua madre, il proprio re e imperatore, il suo compagno fraterno e il suo partner.
Dieyi vivrà sempre nell'idea che anche nella vita viga la stessa realtà dell'opera teatrale; e si immedesimerà a tal punto in Yu Ji, la protagonista di Addio, mia concubina, che confonderà i limiti tra realtà e finzione e finirà davvero per credersi donna intrecciando anche rapporti omosessuali con uomini privi di scrupoli. Ma mai con Xiaolou. Dal canto suo Shitou-Xiaolou, se si comporterà come un paladino di giustizia col piccolo Douzi, è solo per solidarietà nei confronti del nuovo arrivato, e per carattere, essendo di indole più spavalda e coraggiosa, meno incline di Douzi-Dieyi, alla malinconia.
Il risultato è, infatti, il destino dei ruoli che ricoprirà a teatro: quelli di re, generale, imperatore. S
arà sempre comunque un grande condottiero e non vedrà mai in Douzi-Dieyi un possibile partner, anche durante il pieno fulgore della loro gioventù baciata dalla fortunata carriera.

Al contrario di Dieyi, Shitou-Xiaolou sarà un uomo in tutto e per tutto. Per lui non ci saranno confusioni di ruoli teatrali con la vita vera, né sessuali; ed essendo un giovane libero ed energico, riverserà parte delle sue energie sulle donne, in particolare su una che fa la prostituta alla Casa dei Fiori, famosa casa di tolleranza di Pechino. La fortunata Juxian è una tra le prostitute più ricercate, ed è un pò grazie alla sua avvenenza, un pò grazie alle sue arie seduttive, che riuscirà a far capitolare l'attore e a farsi sposare, sollevando le ire del fraterno compagno Dieyi, che vivrà questa novità come una fatale intrusione, che incrinerà, se non spezzerà il fragile equilibrio che si era stabilito tra lui e Xiaolou.

LA FIGURA DI JUXIAN
Nel FILM come nel LIBRO Dieyi, abbiamo detto, prenderà male la notizia del matrimonio di Xiaolou.
Nel FILM Juxian, di fronte all'ostilità di Dieyi si troverà, in principio, spiazzata ma poi, superato il primo impatto, innalzerà le difese e si comporterà di conseg
uenza.
Nel LIBRO, invece, Juxian sembra non rendersi subito conto di questo malcelato sentimento. Infatti, più volte tenterà con Dieyi approcci positivi e amichevoli, che lui rifiuterà sempre sprezzantemente, e Juxian, che nel ROMANZO risulta meno calc
olatrice che nel FILM, resterà sbigottita di fronte a tali risposte e non saprà spiegarsi, inizialmente, il perchè. Scoprirà solo più tardi la gelosia di Dieyi nei suoi confronti, volta a proteggere l'amico.

Nel FILM la figura di Juxian, interpretata magistralmente dalla bravissima Gong Li, l'attrice cinese più nota in occidente, è una figura più velenosa che nel libro, più aspra e risentita, rosa dal livore delle attenzioni che Xiaolou rivolge all'amico e non solo a lei, come vorrebbe. Risulta, pertanto, come una specie di arpia dall'aspetto angelico. Calcolatrice quanto basta da imporre, in modo sottile e pretenzioso, a Xiaolou di farsi sposare per riscattarsi da un destino da finire, altrimenti, tra le mura del bordello. E, più tardi, sempre nel FILM, quando svelerà la sua vera natura, coman
dando quasi a bacchetta il marito, imponendogli di mollare la recitazione per mettersi a fare il venditore di angurie, è una figura troppo meschina.
La J
uxian del LIBRO, invece, non imporrà mai al marito di lasciare di lasciare il teatro. Quando Xiaolou lo farà, sarà solo in seguito all'ennesima scenata di gelosia di Dieyi nei confronti della donna.
A questo punto
, nel LIBRO come nel FILM, sarà maestro Guan a far riunire i due attori nella mitica coppia di un tempo. Ma ci penserà l'invasione giapponese a dividerli ancora e sarà Dieyi che, godendo della protezione di un ricco e potente personaggio appartenente all'Opera di Pechino, maestro Yuan Siye (con cui intrattiene rapporti omosessuali, malgrado sé), libererà dalle mani degli invasori Xiaolou, arrestato - per essersi ribellato durante una rappresentazione-, tenendo un piccolo concerto solo per la corte dei militari giapponesi capeggiati dal loro generale, intenditore e amante dell'Opera di Pechino.
L'iniziativa di liberare Xiaolou dai giapponesi non era certo venuta in mente a Dieyi, che ormai considerava finita la carriera col compagn
o, bensì a Juxian, che sapendo della sua relazione con maestro Yuan, gli promette di lasciare libero Xiaolou, purchè lui intervenga a favore del marito. Cosa che non farà mai.

Tutto ciò concorda con il libro. Il seguito è il vizio dell'oppio di Diey
i; l'avvento del Kuomintang prima e di Mao dopo, oltre al tradimento che le guardie rosse della Rivoluzione Culturale imporranno ai tre, durante le autodenunce e le accuse assurde per scoprire dove s'insidiava il traditore attaccato al vecchio regime e quindi sovvertitore di quello attuale.
Questi processi sommari avvenuti in Cina a partire dal 1966, per volere della terza moglie di Mao Jian Qing, erano corredati di botte massacranti ad opera di ragazzini detti guardie rosse, i quali, per lo più, finivano per ammazzare gli imputati, che non avevano
la minima possibilità di difendersi.
E' durante uno di questi processi agli artisti del teatro, che avviene l'epilogo drammatico di tutta la vicenda.
Xiaolou, costretto a confessare a suon di bastonate, rivela che il suo compagno ha intrattenuto rapporti sodomiti con maestro Yuan Siye, già andato a morte. Al che Dieyi, per tutta risposta, risentito dalla rivelazione e da tutti gli anni in cui aveva dovuto sopportare la presenza di Juxian, sputa fuori la verità sulla rivale: era una prostituta della Casa dei Fiori.
Juxian, lì presente, ormai d'età, viene subito afferrata e sottoposta
allo stesso trattamento da altre guardie rosse.
Quando tutto finirà e Xiaolou tornerà a casa farà una macabra scoperta: il corpo di sua moglie penzola dal soffitto privo di vita.

Molti anni dopo nel FILM i due attori, riabilitati e convocati dal regime attuale, reciteranno insieme per l'ultima volta e Dieyi, sempre fedele alla trasposizione del teatro nella vita reale, come agisce la protagonista di Addio, mia concubina, Yu Ji, si taglia la gola con la spada del suo signore.
Il ROMANZO a questo punto si discosta dal film, ma possiamo anche capire il perchè. La morte finale ha qualcosa di lirico ed è sicuramente sembrata, alla stessa scrittrice, Lilian Lee - che ha steso la sceneggiatura del film in collaborazione con Lu Wei, l'ideale per terminare un film superbo come quello di Chen Kaige.

IL LIBRO
Ini
ziano qui delle discrepanze con il FILM.
L'autrice, dopo la drammatica denuncia della Rivoluzione Culturale, ha continuato a narrare le vicende dei due protagonisti.
Xiaolou, dopo la campagna di rieducazione al sud, è stato riabilitato e si è trasferito a Hong Kong dove vive in un appartamento in subaffitto con una misera pensione riconosciutagli da quel governo, ancora colonia inglese, quale rifugiato.
Dieyi dopo essere stato anch'egli in rieducazione, riabilitato, ha ripreso la via del teatro e alla mortedi Mao gli è stata affidata la direzione della gloriosa Opera di Pechino. E' ora maestro Cheng e dirige una compagnia di giovani e talentuosi attori.
Il loro ultimo incontro nel romanzo avverrà a causa di una tournée della compagnia per tutta la Cina, che toccherà anche Hong Kong nel 1982. Sarà a causa dei manifesti ripor
tanti il nome di Cheng Dieyi al teatro, che Xiaolou verrà a conoscenza della sua presenza a Hong Kong.
Fattosi coraggio e messi da parte gli antichi rancori, Xiaolou incontrerà l'amico, che troverà piuttosto triste e insoddisfatto.

Nessuno dei due recita più da tanto e, pur di ricordare ancora una volta i vecchi tempi, una sera, terminata la rappresentazione di Addio, mia concubina dalla attuale compagnia di Pechino, i due attori reciteranno per l'ultima volta il loro cavallo di battaglia, truccandosi e vestendosi come una volta.
Nel momento in cui la concubina si taglia la gola, Dieyi coglierà l'occasione e si porterà davvero la lama della spada alla gola ferendosi, ma non mortalmente, come invece avviene nel film. Alle incitazioni di Xiaolou, spaventato alla vista del sangue, Dieyi, tornando alla realtà, si renderà conto che lo spettacolo è veramente terminato e che tutto era stato solo un sogno e che non sarebbe morto per amore. Quello che aveva
vissuto era stato solo uno scherzo della mente, niente di più, ma non gli aveva impedito di rivelare, sorridendo all'amico, quella verità che aveva sempre tenuto celata in sé stesso: - Ho sempre voluto essere Yu Ji! -

A quella eroina aveva dato tutto sé stesso e adesso sapeva con certezza che quella con Xiaolou era stata la sua ultima rappresentazione.
Il LIBRO finisce poco dopo con il ritorno di Dieyi a Pechino e la dichiara
zione del 26 settembre 1984 che Hong Kong nel 1997 sarebbe tornata alla Cina. Ma a Xiaolou non importa, perchè di sicuro, fino ad allora lui, ne era sicuro, non sarebbe arrivato.

LA CRITICA AL LIBRO
Pur essendo scritto bene ed essendo un ottimo soggetto che attraversa mezzo secolo di storia cinese, questo romanzo soffre di una pecca evidente tra la prima e la seconda parte.

Nella prima metà Lilian Lee affronta in modo piuttosto frettoloso l'infanzia e la gioventù dei due protagonisti. Spiega, abbastanza dettagliatamente, l'Opera di Pechino nei suoi retroscena e nei suoi fasti, ma non si sofferma chiaramente sul periodo storico, sulle influenze che si ripercuotono sul teatro e la cultura degli anni 20.
La narrazione va avanti solo come una mera e superficiale cronistoria, senza né approfondimenti psicologici, né del pensiero dei personaggi. Uno di questi ultimi che patisce di più è quello di Juxian, unica figura femminile; mai predominante, si, ma mai veramente delineata con precisione.
Nella seconda parte poi, il romanzo prende un'altra piega.
Siamo negli anni della dittatura maoista. Tutt'a un tratto Lilian Lee si profonde in dovizie di particolari sulla Rivoluzione Culturale e sulle assurdità e le atrocità che commise, andando avanti con la morte di Mao, nel 1976, il processo alla vedova, fomentatrice della Rivoluzione e dei principi del Libro Rosso, fino ad arrivare alla dichiarazione, nel 1984, della resa di Hong Kong da parte degli inglesi.
E' come se la scrittrice, in questo romanzo, abbia voluto dar prova della sua conoscenza del teatro dell'Opera di Pechino, facendo, al contempo, una denuncia delle atrocità del periodo maoista, sicuramente vissuto in prima persona, visto che i suoi primi scritti sono comparsi sin dal 1976. Ed essendo nata ad Hong Kong, ha voluto mettere in evidenza il contrasto pacifico della colonia inglese di quegli anni col resto della Cina.

Il GIUDIZIO su questo libro non è del tutto positivo. Pur essendo scritto in modo piacevole e scorrevole, non è molto profondo quanto il film lascia presupporre a chi, come me, è capitato di vedere prima quello.
E' pur sempre un soggetto interessante e dall'argomento affascinante e insolito.

IL FILM
Interpretato magistralmente da tutti e tre i protagonisti, questo film
è davvero un grande affresco sociale. Il merito maggiore, è ora di dirlo, va alla grande regia di Chen Kaige, antagonista dell'altro grande regista della cinematografia cinese odierna, Zhang Yimou.
Questo splendido film, il quinto del regista, oltre ad aver vinto la Palm
a d'oro nel 1993 al Festival di Cannes, come abbiamo detto all'inizio, ha vinto anche il Golden Globe come miglior film straniero e ha avuto due nomination all'Oscar come miglior film straniero come migliore fotografia.
La critica ha osannato questa rappresentazione artistica come "una metafora della vita viss
uta e il merito del regista è stato anche quello di regalarci memorabili e suggestive sequenze da vero cinema d'autore, dallo splendore estetizzante e magniloquente" (Ezio Leoni).
Questo meravglioso film, paragonato a L'Ultimo Imperatore di Bertolucci per "il gusto decorativo sfrenato", ha cambiato la storia del cinema orientale, consacrando alla fama internazionale uno dei più raffinati e apprezzati autori del cinema asiatico.
A chi non piace questo stile cinematografico, né il genere, troverà questo film prolisso e pesante, se non interminabile, per questo, pur consigliandolo a tutti, è un film adatto a un certo pubblico e ad un certo gusto, che ama, prima di tutto, la cultura e la storia cinese. Non aggiungo altro.

La biografia di Chen Kaige e la sua cinematografia è ormai straconosciuta e a disposizione in internet, per questo non mi è sembrato opprtuno scrivere su di essa.

CENNI SULL' OPERA DI PECHINO
L'Ope
ra di Pechino ha le sue origini all'inizio del 1800. E' una sintesi di diversi stili etnici che affondano le loro radici in una tradizione millenaria.
Negli spettacoli di questa forma d'arte teatrale è visibile la forza di
una storia antichissima, visibile sul pesante trucco basato sul bianco, il rosso e il nero, giocati fra loro per creare sul viso delle attrici (e dei dan di una volta) un'espressione misteriosa, tra l'infinitamente dolce e il minaccioso.
Nel film Chen Kaige ha sapientemente mostrato intere sequenze svolte nei camerini degli artisti, quando si applicano il pesante trucco o si vestono con i loro costumi multicolori, o mostrano le loro tecniche di recitazione.
"La forza dell'Opera di Pechino - scrive Enrico Pan su La Nuova Sardegna (22-12-95) -, è tutta nella tradizione. Una tradizione che si fonda sulla straordinaria versatilità di questi artisti che sono attori, ma, allo stesso tempo, acrobati, danzatori, mimi e, all'occasione, anche cantanti...frutto di una preparazione fisica e mentale che deve essere maniacale" (come ci hanno dimostrato Lilian Lee e Chen Kaige). Sta in questo, secondo me, il merito maggiore della scrittrice e del regista: aver portato, alla luce del grande pubblico internazionale, una delle forme artistiche teatrali più alte e più faticose della Cina.
Forse si spiega così il motivo per cui un grande autore di teatro come Bertold Brecht, fosse rimasto tanto affascinato dall'Opera di Pechino, che aveva visto a Mosca nel 1935.

La mia recensione finisce qui, inserendo solo un ultimo particolare riguardante l’attore che interpretò Dieyi, Leslie Cheung,
Il versatilissimo attore/cantante è morto suicida nel 2003, lanciandosi dal balcone di una camera d’albergo di Hong Kong, quasi presago, dieci anni prima, ai tempi di ADDIO, MIA CONCUBINA, nel 1993, di ciò che gli riservava la sorte.
Nel film, non a caso, gli era stata affidata una parte costruita quasi su misura, quella della concubina, grazie al suo aspetto angelico e alla sua straordinaria voce, di cui si può apprezzare la bellezza durante i titoli di coda. Peccato, perdere un così bravo artista!

Bene, il mio “papiro” termina qui. Sta a voi ora scegliere se leggere il libro o vedere il film per primo. Intanto, buona lettura e buona visione.
Alla prossima.

25 commenti:

  1. Non ho visto il film, film che ha avuto molto successo e notorietà. Forse è stato programmato anche da Sky. Credo che sia una pellicola per 'palati fini'!

    Interessante la tua recensione (anche del libro).

    A presto

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  2. vedoi che ti ha colpito molto questo film, effettiavamente ha coinvolto anche me, complimenti per la recensione e i toni usati che condivido

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  3. Cavolo,,,questo film mi è sfuggito,,,lo vado subito a scar,,,cioè,,,a cercare in videoteca,,,:-)
    Comunque, ho aperto un blog che dovrebbe interessarti, perchè è aperto a tutti e tutti ci possiamo scambiare idee, pensieri e immagini,,,
    Facci un salto, se puoi: http://blog.libero.it/ivost/
    Ciao. Ivo

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  4. Ciao...passione...della mia mente e del mio cuore...

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  5. Ciao cara Lena, come va?
    Sempre superpresa!?!?
    Un bacione e buona serata!

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  6. credo che pagherei per avere una recensione da te, ma che paura del tuo giudizio....
    baci!!!!

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  7. Ciao Lena...stasera Manuel ha avuto un saggio di musica.---tutto bene..
    Scriverò ancora su Kant e Hegel...
    Dimmi, riscontri rogne nel entrare nel mio blog...ci sono ancora le finestre degli antivirus...o ti si scollega il computer...o altre magagne varie..., ..
    Buona domenica...mandi mandi ...Loris...

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  8. Grazie, nonostante i tuoi impegni, di essere passata dal mio blog. Sappi che le tue visite sono sempre gradite :)

    A presto

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  9. sempre io, senti ora faccio blogs solo per lavoro, ma ho creato il bar per poter parlare coi amici se hanno qualcosa da comunicare, lo so sono strana e cambio idea ogni 5 minuti, ma e' un periodo strano

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  10. Che fatica che ho fatto al cinema quando l'ho visto la prima volta. Avevo vent'anni nel 93....e mal digerivo film tanto lunghi e impegnativi. Fortuna che le cose son cambiate. L'ho rivisto dieci anni dopo...e l'ho amato....

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  11. Passo per un saluto veloce...
    Buon fine settimana ;)

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  12. ti prego dammi la tua mail, ho bisogno urgente del tuo aiuto per un lavoro

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  13. ti ho lasciato un messaggio su youtube, ti prego è importante e urgente, grazie

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  14. ho risolto cmq, ho cambiato per lo quale in per il quale

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  15. Si, probabilmente lo e

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  16. Caro amico anonimo, sono diversi commenti che trovo nel mio blog, sempre molto ermetici. Se per favore vuoi fornirmi di delucidazioni in proposito, te ne sarei molto grata.
    Sappi, comunque, che le tue visite, sono molto gradite, perché vedo che apprezzi gli argomenti che ho trattato negli articoli proposti.
    Ciao e grazie ancora.
    Ondamagis

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  17. quello che stavo cercando, grazie

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  18. Grazie, Matteo, e benvenuto nel mio blog! :-)

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  19. il più bel film da me visto,lo vidi in prima visione al cinema, da allora sono diventato un cultore del cinema asiatico, di Chen Kaige, Zhang Yimou, Wong Kar-Wai, Kim Ki-Duk, e tanti altri. Dal 1999 sono presente alla rassegna internazionale del cinema asiatico, Far East ogni anno a Udine. Sono uno dei primi pionieri a Trieste.Franco Russignan (trieste)

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    1. Ciao Franco, grazie per esser passato in questa mia vecchia, ma affezionatissima recensione.
      E' un vero piacee sapere che nella bellissima città di Saba ci sia uno dei primi pionieri amanti del cinema asiatico, che non ha niente da invidiare a quello hollywoodiano! Mi ha fatto molto piacere la tua visita, spero tornerai a trovarmi, per leggere ancora qualcosa di questo blog, che mi auguro di aggiornare al più presto proprio con altre recensioni cinesi.

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